Tutti ormai sanno (o credono di sapere) cosa significhi OA, la verità è…

  

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 “E’ da tempo che vado sostenendo (sia nei miei interventi pubblici, sia nelle lezioni che tengo) che piattaforme del tipo Academia.edu e Researchagate non sono Open Access, che le differenze ci sono e sono notevoli. Ma vedo che autori (numerosi docenti) che si dichiarano pro-OA depositano sistematicamente in questi network e disertano magari i loro archivi istituzionali.
Le ragioni ci sono e sono evidenti. In primis il carattere internazionale di tali piattaforme, la maggiore visibilità, la facilità d’uso nella condivisione, il potenziale impatto dovuto agli indicatori tipo Altmetrics… tutte funzionalità che mancano ai nostri archivi istituzionali, percepiti come luoghi “provinciali” e funzionali solo a questioni amministrative…
Relativamente ai problemi correlati al copyright, non è che in queste piattaforme non ci siano, ci sono anche in questi ambienti, se vi ricordate un paio di anni fa ci fu una guerra tra potenti proprio centrata sul copyright (ne ho parlato nel mio intervento a Messina nel novembre 2014). Ci fu un dibattito vivacissimo nelle comunità OA, scaturito proprio dal fatto che Elsevier aveva diffidato istituzioni accademiche e gestori di reti sociali e chiesto la rimozione delle versioni PDF finali editoriali non autorizzate di articoli scientifici, caricati nei siti web di università e nei repository di comunità sociali come Academia.edu.  L’azione suscitò un vero e proprio vespaio: da Twitter partì una campagna di denuncia che fece il giro del globo. Va ricordato che poco tempo prima Elsevier aveva comperato Mendeley, il social network concorrente a Academia.edu, di cui uno dei primi investitori fu il giornalista e politico oltre che ex Governatore della Banca d’Inghilterra Rupert Pennant-Rea, presidente del gruppo The Economist. Poco dopo The Economist ha pubblicato un articolo dall’eloquente titolo “Vietato sbirciare”, dove si denuncia il comportamento rigido e autoritario di Elsevier.
In altri termini si tratta di guerre tra potenti.
Per dire che i big stanno – ormai da tempo – percorrendo le vie dell’Open Access da una parte imboccando la via rossa (falso gold!) dall’altra usando piattaforme commerciali avversarie apparentemente con contenuti open (ma non OA) per rafforzare il loro establishment.
Il problema sta – IMHO – nel non aver compreso il vero significato dell’Open Access. Tutti ormai sanno (o credono di sapere) cosa significhi OA ma la verità è che non c’è stato in questi 20 anni un salto di qualità nell’evoluzione delle conoscenze dei processi e delle possibili strategie. In altri termini si è banalizzato il concetto di OA. Quindi gran parte della popolazione docente (autori) pur essendo pro- OA (e questo è un bene) ha però cognizioni superficiali. Una minoranza (pochi autori, ma molti bibliotecari e professionisti dell’informazione) ha idee chiare, ma spesso è visto come “talebano dell’OA” .
Insomma ci sono due layers di competenze e il business agisce fortemente nello strato superficiale, la massa.
Penso che ci vorrà tempo affinché il gap sia colmato. Penso anche che comunque queste manovre in cui i big entrano nell’OA proponendo modelli di OA surrogato se da una parte presentano dei rischi dall’altra comporteranno un riallineamento dei processi entro la catena della comunicazione scientifica, è inevitabile”.
Grazie a tutti
Antonella De Robbio

Antonella De Robbio
Coordinatore biblioteche del Polo Giuridico
CAB Centro di Ateneo per le Biblioteche
Universita’ degli Studi di Padova
Via Anghinoni, 3 – 35121 PADOVA (ITALY)

 

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