Open Access: dove sono finiti i diritti d’autore?

immagine-articoli-dirittodautore

Quando un ricercatore o un docente decidono di pubblicare il proprio lavoro aderendo al movimento open access hanno due possibilità (o tre) possibilità: scegliere i social media proprietari oppure pubblicare seguendo la green road o la gold road ma quando una pubblicazione accademica sfrutta l’OA e quindi i repository istituzionali, come la mettiamo con i diritti d’autore?

Ebbene, ogni autore può stare tranquillo, perché a tutelare il suo lavoro ci pensa la legge sul Diritto d’autore (L. 633/1941 e successive modifiche): questa legge prevede che l’autore di una pubblicazione rimanga il titolare della proprietà morale ed economica del proprio lavoro, se non sono stati ceduti ad un editore con un contratto che può prevedere la cessione totale dei diritti o solo una parte.

In particolare, l’articolo 42 della legge prevede che l’autore abbia il diritto di pubblicare il proprio lavoro su più fonti, purché vengano sempre citati gli estremi della prima pubblicazione. Tuttavia anche questo dipende dalla cessione dei diritti stabilita nel contratto con l’editore, qualora venga firmato un contratto fra le parti.

In breve si può dire che l’autore è il titolare dei diritti d’autore per le ricerche non ancora pubblicate, mentre per quelle pubblicate tutto dipende dal contratto che viene firmato.

Inoltre se la pubblicazione (e la ricerca) sono state finanziate per almeno il 50% da fondi pubblici, è obbligatorio pubblicare in open access rispettando i tempi di embargo fissati dall’editore.

Per i ricercatori che desiderano pubblicare in OA è obbligatorio stipulare un contratto con un editore, ma non è obbligatorio cedere tutti i diritti: sarà l’accordo fra le due parti a stabilire se verranno trasferiti tutti i diritti oppure se all’autore rimarrà la facoltà di auto archiviare il proprio lavoro in archivi istituzionali.

Per gli autori c’è, comunque, un salvagente: si tratta delle licenze creative commons: licenze di diritto d’autore redatte nel 2002 dalla Creative Commons (CC), un ente non-profit fondato da Lawrence Lessig nel 2001. Queste licenze garantiscono agli autori la proprietà intellettuale del proprio lavoro, mantenendo il copyright sulle proprie pubblicazioni. Attraverso questo tipo di contratto le ricerche vengono concesse in licenza gratuita solo per certi usi e rispettando alcune condizioni, prima fra tutte che l’autore non abbia già precedentemente ceduto i diritti a un editore. Con le creative commons l’autore autorizza aggiornamenti e contributi al proprio lavoro.

Questo per quanto riguarda l’Italia… ma se si vuole pubblicare all’estero? Gli editori stranieri hanno diverse politiche, per la maggior parte consultabili sul sito Sherpa/Romeo, dove si trovano le politiche di pubblicazione suddivise in base alla posizione assunta rispetto all’autoarchiviazione nei depositi istituzionali o sui siti personali. La classificazione è suddivisa per colori:

  • editori verdi (archiviazione di pre- e post-print)
  • editori blu (archiviazione di post-print e non di pre-print)
  • editori gialli (archiviazione di pre-print e non di post-print)
  • editori bianchi (non supportano l’autoarchiviazione)

Non resta che scegliere!

Lascia un commento

  • Acquisti online

    24h/48h/72h – 5/7 giorni con SDA e Poste italiane raccomandata