La guerra dell’Open Access: pubblico e privato a confronto

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Molto si è detto, negli ultimi mesi, a proposito dell’articolo pubblicato dall’Office of Scholarly Communication dell’Università della California il cui titolo è chiaro fin da subito: A social networking site is not an open access repository, ovvero i social network come Academia.edu o Research.Gate non sono open access. Abbiamo parlato di Academia.edu e di Cineca, due esempi di cosa significhi oggi il movimento OA… ma quali sono gli scenari che si prospettano e perché siti di social networking vengono nominati così spesso quando il dibattito si accende?

Come abbiamo detto di Academia, e lo stesso vale per Research.Gate, questi siti sono gestiti da aziende private con scopo di lucro, sono quindi social media proprietari al contrario dei “classici” archivi ad accesso aperto che devono essere istituzionali o disciplinari, gestiti da biblioteche o consorzi.

Il problema è che le piattaforme di social networking non sono aperte (bisogna firmare un contratto per l’iscrizione e l’accesso) e non sono interoperabili: questo significa che chiunque crei un profilo e pubblichi su una di queste piattaforme non ha la possibilità di esportare i propri dati (non propriamente tutti i dati); al contrario, i dati e metadati uploadati su repositories istituzionali sono aperti, utilizzabili e scaricabili (grazie a providers come OAI-PMH che permettono l’interoperabilità).

Per quanto riguarda la “memoria” di ciò che viene caricato abbiamo già detto parlando di Academia: una società può fallire e con essa tutti i contenuti caricati; nel caso di archivi istituzionali, la conservazione è garantita per un periodo di tempo molto più lungo, essendo la piattaforma generalmente di proprietà di un’istituzione pubblica (o privata) come può essere quella di un’università… basti pensare all’Alma Mater Studiorum, l’Università degli studi di Bologna, la più antica d’Europa (fondata nel 1088) o all’Università di Torino, fondata nel 1400 e prima in Italia ad adeguarsi all’OA.

Un importante differenza fra gli archivi ad accesso aperto e i social media è la questione “privacy”: ogni ricercatore è in cerca di contatti che potranno permettergli una maggiore fama, ma come si comporta la piattaforma? Incoraggia gli utenti a invitare amici, conoscenti, colleghi a connettersi alla propria rete…

Uno dei punti di fondamentale importanza (e differenza) è, però, il diritto d’autore: pubblicando i propri lavori sui social media proprietari, in alcuni casi, li si autorizza ad utilizzarli per produrre materiali e opere che derivino da essi. Ossia: la società a cui fa capo il social media viene autorizzata dall’autore a produrre opere basate sul proprio lavoro e il tema dei diritti d’autore, seppur chiarito negli anni, rimane sempre un tema caldo anche per il movimento open access (che comunque tutela i ricercatori e la proprietà intellettuale delle loro pubblicazioni).

Un altro conflitto fra “pubblico” e “privato” è dovuto alla pubblicazione: come sostiene Paola Galimberti su Roars, “Se si consulta il sito Sherpa Romeo che censisce le politiche dei maggiori editori internazionali e dei loro journals, nelle clausole legate al deposito degli articoli in open access si parla sempre di sito personale dell’autore, sito dell’istituzione, repository disciplinare o institutional respository. Da nessuna parte sta scritto che è autorizzato il caricamento del full-text (per di più nella versione editoriale) sui social network”.

Questo significa che gli editori potrebbero rifiutare lavori pubblicati precedentemente su queste piattaforme… E se questi media, anziché essere social e aprire nuove strade, le chiudessero?

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