Book to the Future 2016: la creatività è la giusta chiave?

book-to-the-future

Book to the Future 2016: la creatività è la giusta chiave?

Book to the Future, l’area del Salone Internazionale del Libro dedicata alle 10 start up selezionate tramite bando internazionale, si preannuncia come una vera e propria fucina di talenti tecnologici.

Impossibile non incuriosirsi: tra i parametri che la giuria valuterà durante le fasi selettive ci saranno “innovatività del prodotto/servizio, uso originale di tecnologie, fattibilità del progetto, capacità di ingaggio di editori e lettori, creatività e originalità”.

La parola “creatività” è espressione dell’arte di creare ed inventare, è manifestazione di progettualità ed è preludio delle nuove “Visioni”.

E’ anche una delle parole-chiave del nostro tempo.

E’ ricercata in numerosi ambiti professionali, compresa l’editoria, ed è il motore propulsore che spinge ad espandere le potenzialità del presente progettandone il “domani”. In quest’ottica, le start up digitali vincitrici del concorso promosso dal Salone Internazionale del Libro e da GL events Italia-Lingotto Fiere, saranno una sorta di viaggio nel futuro con il grande vantaggio di poter godere della materializzazione di “quell’onirico domani” proprio sotto ai nostri occhi.

In un’epoca complessa come quella che stiamo vivendo, caratterizzata da un costante bisogno di innovazione ma anche da una crescente sensazione di precarietà nel presente, la creatività potrebbe essere la giusta chiave d’accesso ad un Futuro più solido e dinamico?

Green Road e Gold road: se non sono social, le pubblicazioni sono open access!

green-road

Nel mondo accademico e della ricerca scientifica il movimento open access ha svolto, negli ultimi due decenni, un ruolo di sempre maggiore importanza. Se, da un lato, gli obiettivi del movimento OA sono molto nobili (mettere a disposizione di tutti e gratuitamente il lavoro svolto dai ricercatori permettendo uno sviluppo più veloce della ricerca), dall’altro gli accademici hanno diverse possibilità di pubblicazione. Abbiamo già parlato dei social media proprietari, come Academia.edu, ma per chi desiderasse metodi meno “social” esistono sempre le prime due vie dell’open access: la green road e la gold road.

La via verde, o green road, prevede che il ricercatore archivi all’interno di un repository istituzionale (come potrebbe essere Cineca), i metadati del proprio lavoro scientifico. Insieme ai metadati l’autore deve pubblicare anche il testo completo e una concessione gratuita, irrevocabile ed universale a tutti gli utilizzatori del diritto d’accesso.

Un esempio è quello dell’Università degli studi di Milano: AIR è l’archivio di ateneo dove gli accademici possono depositare i risultati dei propri lavori che hanno già ottenuto la peer review (pre print). Se il lavoro è già stato pubblicato da un editore i ricercatori possono uploadare su questo repository anche il post print, avendo cura di inserire anche il contratto editoriale o quantomeno la sezione relativa ai diritti del contratto con l’editore.

L’altra via, quella d’oro o gold road, prevede la pubblicazione su riviste ad accesso aperto, che rispettano la politica del peer review. In questo caso, dal punto di vista economico, le soluzioni sono diverse: i costi possono essere addebitati all’autore o all’Istituzione (se la rivista ha una compartecipazione al work flow editoriale). Le riviste OA, infatti, sono di tre tipologie: possono essere gratuite sia per chi pubblica che per chi legge; gratuite per chi legge ma con un contributo economico per gli autori, riviste a pagamento che prevedono però la pubblicazione di articoli open access con il versamento di una quota di partecipazione.

Green road e gold road possono tranquillamente coesistere: come abbiamo detto, ad esempio, dell’archivio di Unimi è possibile caricare nei repositories istituzionali e disciplinari sia il pre print che il post print: in questo modo l’autore guadagna molto in termini di visibilità. Il suo lavoro comparirà sia sulle riviste che negli archivi, rimanendo consultabile e citabile grazie alla disponibilità immediata! Se non è open access questo…

Open Access: dove sono finiti i diritti d’autore?

immagine-articoli-dirittodautore

Quando un ricercatore o un docente decidono di pubblicare il proprio lavoro aderendo al movimento open access hanno due possibilità (o tre) possibilità: scegliere i social media proprietari oppure pubblicare seguendo la green road o la gold road ma quando una pubblicazione accademica sfrutta l’OA e quindi i repository istituzionali, come la mettiamo con i diritti d’autore?

Ebbene, ogni autore può stare tranquillo, perché a tutelare il suo lavoro ci pensa la legge sul Diritto d’autore (L. 633/1941 e successive modifiche): questa legge prevede che l’autore di una pubblicazione rimanga il titolare della proprietà morale ed economica del proprio lavoro, se non sono stati ceduti ad un editore con un contratto che può prevedere la cessione totale dei diritti o solo una parte.

In particolare, l’articolo 42 della legge prevede che l’autore abbia il diritto di pubblicare il proprio lavoro su più fonti, purché vengano sempre citati gli estremi della prima pubblicazione. Tuttavia anche questo dipende dalla cessione dei diritti stabilita nel contratto con l’editore, qualora venga firmato un contratto fra le parti.

In breve si può dire che l’autore è il titolare dei diritti d’autore per le ricerche non ancora pubblicate, mentre per quelle pubblicate tutto dipende dal contratto che viene firmato.

Inoltre se la pubblicazione (e la ricerca) sono state finanziate per almeno il 50% da fondi pubblici, è obbligatorio pubblicare in open access rispettando i tempi di embargo fissati dall’editore.

Per i ricercatori che desiderano pubblicare in OA è obbligatorio stipulare un contratto con un editore, ma non è obbligatorio cedere tutti i diritti: sarà l’accordo fra le due parti a stabilire se verranno trasferiti tutti i diritti oppure se all’autore rimarrà la facoltà di auto archiviare il proprio lavoro in archivi istituzionali.

Per gli autori c’è, comunque, un salvagente: si tratta delle licenze creative commons: licenze di diritto d’autore redatte nel 2002 dalla Creative Commons (CC), un ente non-profit fondato da Lawrence Lessig nel 2001. Queste licenze garantiscono agli autori la proprietà intellettuale del proprio lavoro, mantenendo il copyright sulle proprie pubblicazioni. Attraverso questo tipo di contratto le ricerche vengono concesse in licenza gratuita solo per certi usi e rispettando alcune condizioni, prima fra tutte che l’autore non abbia già precedentemente ceduto i diritti a un editore. Con le creative commons l’autore autorizza aggiornamenti e contributi al proprio lavoro.

Questo per quanto riguarda l’Italia… ma se si vuole pubblicare all’estero? Gli editori stranieri hanno diverse politiche, per la maggior parte consultabili sul sito Sherpa/Romeo, dove si trovano le politiche di pubblicazione suddivise in base alla posizione assunta rispetto all’autoarchiviazione nei depositi istituzionali o sui siti personali. La classificazione è suddivisa per colori:

  • editori verdi (archiviazione di pre- e post-print)
  • editori blu (archiviazione di post-print e non di pre-print)
  • editori gialli (archiviazione di pre-print e non di post-print)
  • editori bianchi (non supportano l’autoarchiviazione)

Non resta che scegliere!

Editoria e digitale: che matrimonio è?

Editoria-digitale-il-futuro-in-10-punti-Gamobu

Innovazione, tecnologia e digitale sono tre parole chiave di quest’epoca diventate compagne (più o meno gradite) per ciascuno di noi. A pensarci bene, hanno assunto un’aurea familiare e quasi tutti, ammettiamolo con franchezza, ricerchiamo la loro benevolenza nel nostro vivere quotidiano. Il “quasi tutti” è d’obbligo: tanti rifiutano l’evoluzione verso un mondo sempre più innovativo e digitale.

Senza entrare troppo negli anfratti della spinosa questione e senza dibatterne ogni singola tesi contraria o favorevole, possiamo limitarci a constatare come sia in atto un cambiamento culturale senza precedenti nella storia dell’umanità capace di coinvolgere anche il settore dell’editoria. A conferma di ciò, il Salone Internazionale del Libro di Torino atteso al Lingotto dal 12 al 16 maggio ospiterà gratuitamente all’interno dell’area “Book to the Future” dieci start up dedicate all’editoria digitale. Il bando, dedicato alle nuove iniziative imprenditoriali, è consultabile sul sito ufficiale dell’iniziativa ed ha come termine ultimo per la presentazione delle candidature, il prossimo 1° aprile. Non a caso il filo conduttore del Salone del Libro di quest’anno è espresso con un termine, al contempo, sintetico e forte: “Visioni”; vocabolo usato come emblema per indicare la capacità di saper guardare oltre le barriere del presente e di progettare una nuova dimensione del futuro nella quale vincere sfide apparentemente impossibili creando, inventando ed attuando soluzioni che contemplino connubi fruttuosi tra l’editoria e l’innovazione. Nel medesimo solco innovativo si colloca un altro rilevante appuntamento previsto dal 4 al 7 aprile: il Bologna Children’s Book Fair che ha già reso nota l’assegnazione dei Digital Awards per l’editoria digitale e le app.

Innegabilmente stiamo vivendo una sorta di “nuova era geologica” rispetto alla tradizionale fruizione dei contenuti; lo stesso colosso mondiale Google ha selezionato, attraverso il Fondo per l’Innovazione della Digital News Initiative, 128 progetti di editoria digitale che verranno finanziati con ben 150 milioni di euro complessivi!

Sulla linea dell’orizzonte a metà tra digitale, innovativo, visionario e tradizionale si colloca il progetto editoriale itinerante “Gente di Mare” nato dalla volontà e dalla determinazione di tre Donne di mare abruzzesi: Ilaria Paluzzi, Paola Paluzzi e Viviana Costantini. L’omonimo concorso letterario patrocinato dal Comune di Silvi Marina (TE) è gratuito, aperto a tutti e selezionerà dieci racconti inediti sul mare e sulla gente di mare, privilegiando gli autori che riusciranno a creare personaggi umorali intrisi dell’acre odore e del caratteristico sapore di salsedine.

Oltre ai maestosi e frondosi “alberi-giganti” del settore esiste un particolare sottobosco nella grande foresta editoriale, costituito da persone ed iniziative la cui linfa vitale è un esplosivo mix di intraprendenza, determinazione e desiderio d’innovazione.

A fronte di tutto ciò, siamo certi che l’editoria sia ancora un settore così “vetusto e dormiente” come taluni sostengono?

Francesca Magno

Il danno da procurato fallimento al vaglio della suprema corte: un’occasione perduta

istantEbook1

La sentenza n. 12167 del 18 giugno 2015 della Cassazione ha riproposto l’attenzione degli operatori su di un profilo particolarmente dibattuto ed attuale di responsabilità civile: il c.d. danno da procurato fallimento, in cui una parte non adempiendo una propria obbligazione causa il fallimento dell’altra.

Infatti, è sempre più frequente che, a séguito dell’inadempimento di controparte, un imprenditore si trovi in una precaria situazione economica e in una insormontabile crisi di liquidità; in tali casi, la responsabilità della parte debitrice può aggravarsi, soprattutto se tale prospettiva si incardina in un contesto economico fragile come quello attuale.

Come noto, invero, allorquando l’imprenditore sia sottoposto a procedura concorsuale, s’è possibile provare il nesso di causalità fra l’inadempimento di controparte e lo stato di dissesto economico, la parte inadempiente deve ristorare tutti i danni in cui l’impresa sia incorsa1.

Sotto questo profilo, risulta di qualche interesse la sentenza n. 12167 del 18 giugno 2015, in cui la terza sezione civile della Corte di Cassazione si è trovata a dover conoscere d’una controversia riguardante, tra gli altri, tale profilo di danno; tuttavia, la Suprema Corte, per gravi vizî formali del ricorso, ne ha dichiarata l’inammissibilità, senza così esprimersi sugli aspetti sostanziali della contesa che non risultano in tal modo negati.

Ben più interessanti sono, invece, le sentenze di merito dei due gradi precedenti.

Il giudice di prime cure, ossia il Tribunale di Pescara, infatti, con la sentenza n. 1481 del 28 luglio 2003, in una causa fra due imprese di cui una condotta al fallimento dall’inadempimento dell’altra, si è per primo espresso sul quantum del risarcimento individuandolo in 500.000 euro e individuando le singole voci che compongo il danno in questione nella perdita di avviamento commerciale, nella dispersione delle maestranze (e del know how, n.d.r.)e, nel caso di specie, nell’essere sfumate le trattative di cessione dell’azienda (che potrebbe essere avvicinato a perdite di chance o della c.d. perdita dell’affare). Ad avviso di chi scrive sarebbe poi lecito aggiungere i costi della procedura e i costi di un eventuale finanziamento etero-aziendale per sopperire al mancato introito che era atteso. Nella decisione, il giudice ha altresì menzionato la teorica possibilità di ottenere il risarcimento dei mancati guadagni che avrebbero potuto essere conseguiti, laddove l’impresa debitrice avesse adempiuto in termini; ma, tale domanda risarcitoria è stata, tuttavia, respinta, perché non sorretta da alcuna prova2.

A séguito dell’appello della parte soccombente, che si doleva dell’errata applicazione del nesso di causalità e della mancanza di prevedibilità dell’evento fallimento, con la sentenza n. 1097 del 5 luglio 2011, la Corte di Appello dell’Aquila ha invece caratterizzato la fattispecie, delineandone i requisiti costitutivi nella esistenza di un nesso di causalità tra l’inadempimento e il fallimento e nella prevedibilità o financo conoscibilità delle conseguenze.

In particolare, la Corte di Appello ha avuto modo di esprimersi sull’applicazione dell’art. 1225 c.c., in tema di prevedibilità del danno, rigettando la domanda di risarcimento, perché non risultava provato – né tantomeno allegato – che, al momento del dovuto adempimento, la situazione d’insolvenza della [creditrice] fosse conosciuta o conoscibile per la [debitrice], essendo esclusa la natura dolosa dell’inadempimento.

per scaricare l’ebook completo dell’articolo con tutte le ultime disposizione clicca qui

1 Sia consentito, richiamare per una prima presentazione di tale tesi in dottrina, Borroni, IL DANNO DA INADEMPIMENTO DEL COMMITTENTE: PER UNA RICOSTRUZIONE EVOLUTIVA DELL’INADEMPIMENTO DELL’OBBLIGAZIONE PECUNIARIA. SPUNTI DI DIRITTO COMUNITARIO E COMPARATO, 2010, http://www.osservatorioappalti.unitn.it/.

2 La copiosa e articolata giurisprudenza in tema di danno da mancata disponibilità di una somma di denaro avrebbe probabilmente offerto spunti interessanti di riflessione in tale contesto.

La libreria che stampa, subito, i libri che non ha

fonte: ilpost.it/libri/

bruno-kgFE-U10601921225236gAD-700x394@LaStampa.it

Ci sembra un’ottima novità e abbiamo voluto condividerla anche noi.

Il 12 marzo è stata inaugurata la prima libreria di Parigi in cui è possibile stampare i libri non presenti sugli scaffali grazie a un modello di Espresso Book Machine, una macchina che stampa e rilega volumi in pochi minuti. La libreria si trova al numero 60 di rue Monsieur le Prince, nel sesto arrondissement, ed è di proprietà della della casa editrice Presses Universitaires de France (PUF), specializzata nella pubblicazione di testi universitari e manuali. PUF è nota in particolare per la collana di brevi libri divulgativi Que sais-je?, simile a Farsi un’idea, della casa editrice italiana Il Mulino. Grazie alla Espresso Book Machine i clienti della libreria di rue Monsieur le Prince potranno scegliere quali libri da stampare tra i 3 milioni di titoli disponibili in pubblico dominio in tutto il mondo (350mila sono in lingua francese) e i 5.000 del catalogo di PUF. Le persone potranno quindi comprare anche i volumi la cui domanda non è abbastanza alta da giustificare una ristampa, con conseguente vantaggio anche per la casa editrice.

Nei tweet di PUF si vedono l’esterno della libreria e la copia di un libro appena stampata con l’Espresso Book Machine.

Cattura

Quella di Parigi non è la prima libreria europea dotata di una Espresso Book Machine. Da settembre 2015 il punto vendita di Mondadori in piazza Duomo a Milano ospita una di queste macchine e offre un catalogo di libri da stampate di 7 milioni di titoli, in italiano e in altre lingue straniere. Per poter stampare un libro è necessario averne il file in formato pdf; il libro stampata sarà in edizione paperback, cioè un tascabile con copertina morbida. Nella libreria di piazza Duomo gli autori di romanzi che non vogliono autoupubblicare le proprie opere in formato digitale possono stampare i propri libri in forma cartacea.

La storia dell’Espresso Book Machine

L’Espresso Book Machine è stata inventata alla fine degli anni Novanta da Jeff Marsh, un ingegnere di St Louis, negli Stati Uniti. Il modello iniziale era il prototipo di una macchina che comprendeva una stampante e una rilegatrice. Il progetto venne sviluppato grazie all’investimento dell’editor Jason Epstein (che è stato direttore editoriale di Random House e cofondatore della New York Review of Books) e nell’aprile del 2006 venne installata una prima versione della macchina nell’infoshop della Banca Mondiale a Washington DC. Nel settembre dello stesso anno fu installata un’altra macchina, capace di stampare l’alfabeto arabo, nella biblioteca di Alessandria, in Egitto. Oggi ce ne sono 70 in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone: in Europa sono dieci, di cui cinque in scuole di grafica francesi.

L’idea alla base è quella delle stampanti 3D: potendo stampare i libri che si desiderano con una procedura on demand, si possono risparmiare le spese di spedizione dei libri e si evita l’accumulo di copie invendute. La società che vende queste macchine si chiama On Demand Books ed ha un accordo con Xerox, una delle più grandi aziende produttrici di stampanti e fotocopiatrici al mondo.

Scopri la nostra offerta editoriale

La guerra dell’Open Access: pubblico e privato a confronto

Public or private. keyboard

Molto si è detto, negli ultimi mesi, a proposito dell’articolo pubblicato dall’Office of Scholarly Communication dell’Università della California il cui titolo è chiaro fin da subito: A social networking site is not an open access repository, ovvero i social network come Academia.edu o Research.Gate non sono open access. Abbiamo parlato di Academia.edu e di Cineca, due esempi di cosa significhi oggi il movimento OA… ma quali sono gli scenari che si prospettano e perché siti di social networking vengono nominati così spesso quando il dibattito si accende?

Come abbiamo detto di Academia, e lo stesso vale per Research.Gate, questi siti sono gestiti da aziende private con scopo di lucro, sono quindi social media proprietari al contrario dei “classici” archivi ad accesso aperto che devono essere istituzionali o disciplinari, gestiti da biblioteche o consorzi.

Il problema è che le piattaforme di social networking non sono aperte (bisogna firmare un contratto per l’iscrizione e l’accesso) e non sono interoperabili: questo significa che chiunque crei un profilo e pubblichi su una di queste piattaforme non ha la possibilità di esportare i propri dati (non propriamente tutti i dati); al contrario, i dati e metadati uploadati su repositories istituzionali sono aperti, utilizzabili e scaricabili (grazie a providers come OAI-PMH che permettono l’interoperabilità).

Per quanto riguarda la “memoria” di ciò che viene caricato abbiamo già detto parlando di Academia: una società può fallire e con essa tutti i contenuti caricati; nel caso di archivi istituzionali, la conservazione è garantita per un periodo di tempo molto più lungo, essendo la piattaforma generalmente di proprietà di un’istituzione pubblica (o privata) come può essere quella di un’università… basti pensare all’Alma Mater Studiorum, l’Università degli studi di Bologna, la più antica d’Europa (fondata nel 1088) o all’Università di Torino, fondata nel 1400 e prima in Italia ad adeguarsi all’OA.

Un importante differenza fra gli archivi ad accesso aperto e i social media è la questione “privacy”: ogni ricercatore è in cerca di contatti che potranno permettergli una maggiore fama, ma come si comporta la piattaforma? Incoraggia gli utenti a invitare amici, conoscenti, colleghi a connettersi alla propria rete…

Uno dei punti di fondamentale importanza (e differenza) è, però, il diritto d’autore: pubblicando i propri lavori sui social media proprietari, in alcuni casi, li si autorizza ad utilizzarli per produrre materiali e opere che derivino da essi. Ossia: la società a cui fa capo il social media viene autorizzata dall’autore a produrre opere basate sul proprio lavoro e il tema dei diritti d’autore, seppur chiarito negli anni, rimane sempre un tema caldo anche per il movimento open access (che comunque tutela i ricercatori e la proprietà intellettuale delle loro pubblicazioni).

Un altro conflitto fra “pubblico” e “privato” è dovuto alla pubblicazione: come sostiene Paola Galimberti su Roars, “Se si consulta il sito Sherpa Romeo che censisce le politiche dei maggiori editori internazionali e dei loro journals, nelle clausole legate al deposito degli articoli in open access si parla sempre di sito personale dell’autore, sito dell’istituzione, repository disciplinare o institutional respository. Da nessuna parte sta scritto che è autorizzato il caricamento del full-text (per di più nella versione editoriale) sui social network”.

Questo significa che gli editori potrebbero rifiutare lavori pubblicati precedentemente su queste piattaforme… E se questi media, anziché essere social e aprire nuove strade, le chiudessero?

Cineca e open access esempio di binomio positivo

cineca

Non solo social network quando si parla di Open Access, ma anche eccellenti esempi di repository istituzionali che funzionano, uno su tutti, in Italia, Cineca, il National Open Access Desk.
Nato come consorzio di quattro atenei nel 1969, Cineca è, a differenza dei più famosi social network, uno strumento in mano ai ricercatori che non ha scopo di lucro.
Le università, che da 4 sono arrivate a 70, non sono le uniche a fare parte di questa importante istituzione: partecipano, infatti, anche quattro enti nazionali di ricerca, il MIUR (Ministero dell’Università e della Ricerca) e numerosi partner (33 paesi europei, partner tecnologici…).

La sua costituzione in forma di consorzio è dovuta all’ingente investimento di forze economiche e di personale che, negli anni ’70, nessun ateneo avrebbe potuto sostenere singolarmente. L’obiettivo era, ed è rimasto, quello di fornire alle università italiane le tecnologie più potenti e all’avanguardia disponibili sul mercato, utili allo sviluppo della ricerca scientifica: dall’acquisto del primo supercomputer si è infatti passati alla fornitura di servizi, mettendo a disposizione della ricerca sistemi gestionali e amministrativi per le università, la pubblica amministrazione e i privati.
Oggi, Cineca è il più importante intermediario tecnologico fra Università e MIUR, punto di riferimento nel dialogo fra pubblico e privato, fra atenei, ricerca, industria e pubblica amministrazione.

Ma che cosa ha a che fare Cineca con l’Open Access? Cineca è stato protagonista nel rendere possibile lo sviluppo dei principi e delle tecniche del movimento OA in Italia, mettendo a disposizione dei ricercatori e delle università gli strumenti e i servizi necessari per la creazione di repositories istituzionali, diventando infrastruttura per la pubblicazione di riviste accademico-scientifiche ad accesso aperto.

Non solo… Cineca ha sviluppato PLEIADIPortale per la Letteratura scientifica Elettronica Italiana su Archivi aperti e Depositi Istituzionali”, servizio nazionale che offre un accesso centralizzato alla letteratura scientifica presente negli archivi OAI istituzionali delle università e dei centri di ricerca italiani.

Il contributo di Cineca all’accesso aperto ha portato alla sviluppo di IRIS, una piattaforma di gestione dei dati della ricerca che contiene diversi moduli fra cui gli open archives delle singole università, repositories che raccolgono la produzione scientifica delle comunità accademiche.
Qui si possono registrare le pubblicazioni in un archivio aperto, massimizzandone la diffusione e condividendole con l’intera comunità scientifica nazionale e internazionale.

IRIS è compatibile con lo standard CERIF, grazie al quale è possibile sperimentare nuove forme di collaborazione scientifica e di peer-reviewing, di finanziamento per la pubblicazione OA della produzione scientifica e rafforzare la collaborazione con realtà internazionali.

Ma quali sono i vantaggi per chi pubblica su Cineca? Quelli che tutti i repository istituzionali garantiscono: massima visibilità, peer review, estrazione ed estrapolazione dei dati grazie al data mining, conservazione a lungo termine delle produzioni caricate, conformazione alle discipline di ateneo per l’accesso aperto.

Academia.edu: quando il social si fa scientifico, ed i ricercatori diventano socievoli

academia

Academia.edu, un social media proprietario, è stato lanciato nel settembre del 2008 da Richard Price come piattaforma su cui ricercatori e studiosi hanno la possibilità di condividere le proprie ricerche, monitorare l’impact factor grazie a un pagina di analytics, tracciare le ricerche di altri studiosi che seguono.

Dal proprio profilo personale, simile a quello di Facebook, si possono uploadare articoli, pubblicazioni in pdf, saggi, rimandare a un proprio testo su Google Books. Ogni upload viene monitorato e Academia.edu invia una notifica tramite mail ogni qualvolta il profilo personale o un articolo sono visitati: gli analytics forniscono giorno e ora del contatto, motore di ricerca, keywords e nazionalità di chi ha visitato il contenuto.

Come LinkedIn, questo social media mette in contatto professionisti accomunati da interessi, progetti, ambiti di studio; come Facebook, promette (e mantiene) visibilità immediata delle proprie pubblicazioni.

Ad oggi Academia.edu conta 32.236.894 accademici iscritti, e un numero davvero notevole di papers, che supera i 9.0000 ed è in continua crescita; i visitatori unici sono oltre 36 milioni… una numerica da leccarsi baffi e che fa invidia a ogni archivio istituzionale!

Nonostante il suo dominio “.edu” possa tratte in inganno, Academia è un progetto commerciale, che ha raccolto oltre 17 milioni di dollari da diversi investitori e che si pone come strumento ad uso dei ricercatori, condividendo, almeno in teoria, lo scopo principale del movimento Open Access: quello di dare ai ricercatori e alle proprie opere massima visibilità, con possibilità di peer review anche immediata.

Tuttavia, come social media proprietario, Academia.edu non ha nulla a che fare con i repository open access e la questione è al centro della “battaglia”. Tanto che L’Office of Scholarly Communication dell’University of California ha sentito la necessità di pubblicare un articolo (A social networking site is not an open access repository) per mettere a conoscenza i professionisti dei rischi che corrono pubblicando in un social media proprietario, primo fra tutti il rischio di fallimento.

Come ogni impresa privata potrebbe fallire o essere acquisita da altri e, in tal caso, tutte le pubblicazioni scomparirebbero insieme alla piattaforma.

A differenza dei repository e degli archivi aperti istituzionali e disciplinari, pubblici, Academia.edu ha come scopo principale il guadagno e quali vie potrebbe prendere un social network di questo tipo per aumentare il giro d’affari? Una prima strada è il pagamento, da parte degli utenti, di una somma per l’iscrizione.

Un secondo rischio riguarda il diritto d’autore: i ricercatori che pubblicano su Academia.edu autorizzano l’azienda a produrre opere derivate dai loro lavori firmando le policy di iscrizione, quindi gli autori rischiano di essere “derubati” del proprio lavoro. Inoltre, Academia può vendere dati a terzi: nonostante il CEO abbia affermato che la vendita dei dati è volta solamente al miglioramento della qualità delle decisioni di istituzioni di ricerca e sviluppo, i rischi di questa vendita non sono da sottovalutare. Come sostiene Gary Hall, il movimento Open Access viene aggirato dalle logiche finanziarie di sfruttamento dei flussi di dati generati dagli accademici: una quantità di dati non comparabile a quella di archivi istituzionali, che mette a serio rischio i principi dell’OA.

Il dibattito rimane aperto e il campo di battaglia non è neutrale… Da un lato Academia.edu o altri social media proprietari come ResearchGate potrebbero rappresentare un nuovo modo di fare Accesso Aperto, rispondendo alle necessità di visibilità, carriera, reputazione, auto-promozione degli accademici; dall’altro gli obiettivi dell’Open Access sono ben diversi. Pubblicare il proprio lavoro su un social media proprietario è eticamente e politicamente molto diverso rispetto alla pubblicazione su archivi ad accesso aperto istituzionali perché lo scopo, appunto, non è più quello di mettere il proprio lavoro a disposizione di tutti, apertamente e gratuitamente, in modo che possa avere una rapida diffusione volta al progresso della ricerca e delle conoscenza!

L’uomo è per sua natura vanitosa, ma come Dante ha scritto nella sua Divina Commedia, forse, dovremmo considerare che “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”

Open o non Open? I vantaggi dell’Accesso aperto per autori, ricercatori, istituzioni

Open-Access

La ricerca scientifica finanziata da enti pubblici e la libera circolazione dei contenuti sono il primo passo per la diffusione della conoscenza, linfa vitale della virtù, come sosteneva Socrate, e obiettivo del movimento Open Access: la diffusione della conoscenza permette, infatti, di avere contributi sempre più ricchi, sia a livello internazionale che a livello interdisciplinare.
Ma chi sono gli attori principali di questa trama? Chi ottiene vantaggio dalla pubblicazione Open Access? Ebbene, in questo spettacolo ci sono solo protagonisti: autori, ricercatori, biblioteche e università, enti finanziatori e comunità scientifica.
Atto I – I vantaggi dell’Open Access per i ricercatori, primi protagonisti di questa rappresentazione, sono molti e svariati. In primo luogo hanno un accesso facilitato a tutti i progetti collegati al loro: ricerche precedenti, ricerche contemporanee inerenti all’ambito che stanno trattando, possibilità di visionare esperimenti ed esperienze sia con esito positivo che negativo. Hanno accesso immediato a dati e risultati che permettono loro di dedicarsi pienamente al loro studio, senza investire tempo prezioso in ricerche già effettuate da altri. L’accesso a risultati pubblicati su riviste a pagamento è sicuramente importante, ma avere la possibilità di fare riferimento a un numero sempre maggiore di casi, e in modalità gratuita, permette una velocizzazione della ricerca.
Come un aiutante buono l’Accesso Aperto mette a disposizione dei ricercatori il data mininig e il text mining: come una bacchetta magica, software molto articolati riescono, grazie a complessi algoritmi, a mappare grandi quantità di dati e testi (solo a libero accesso) dando in un brevissimo tempo risultati categorizzati in modo allo stesso tempo flessibile e organizzato. Si possono individuare gruppi tematici, classificare documenti, estrapolare associazioni fra diverse categorie (argomenti, autori, temporali…), ma anche estrarre con semplicità informazioni dettagliate!

Atto II – I ricercatori, con un cambio di maschera, diventano autori e come tali godono di tanti vantaggi, primo fra tutti una visibilità maggiore e immediata. Il lavoro, una volta pubblicato, inizia un tour che porterà la ricerca in ogni angolo del mondo, immediatamente disponibile per una platea nazionale, internazionale (l’internazionalizzazione è uno dei requisiti della ricerca scientifica) e interdisciplinare. Il pubblico, sempre più vasto, potrà allora giudicare l’opera e l’operato, prendere in considerazione i risultati, studiarli, elaborarli e citarli! Le citazioni crescono esponenzialmente, creando un interesse sempre maggiore attorno alla pubblicazione e all’autore, dandogli sempre maggiore visibilità.
Non solo: l’open access si basa sulla peer review. I risultati verranno valutati, commentati, supportati da altri ricercatori, possibilità che comporta un continuo sviluppo del lavoro perché non saranno solo i referee a valutare la validità del progetto, ma potenzialmente tutti i ricercatori, permettendo che la ricerca abbia sempre nuovi spunti di riflessione e di sviluppo.
Questo significa accelerare il processo della conoscenza, ma anche creare un’alternativa all’Impact Factor, l’indice che misura il numero medio di citazioni di una ricerca pubblicata su una rivista scientifica ricevute nei due anni precedenti rispetto all’anno della valutazione: una ricerca potrà essere ripresa online, aumentando esponenzialmente il numero di citazioni dirette e indirette e il suo impatto nell’ambiente scientifico, anche immediato.

Atto III – In questo atto protagoniste sono le istituzioni: biblioteche e università, istituti di ricerca ed enti di finanziamento, ottengono numerosi vantaggi dall’OA.
Partiamo dalle biblioteche, dalle università e dagli istituti di ricerca: grazie al sistema ad Accesso Aperto hanno un’alternativa economica agli abbonamenti alle riviste scientifiche: abbattono i costi -nel caso delle università a un’economia di scala-, ottengono una varietà di fonti sempre maggiore a disposizione del proprio personale e, inoltre, il materiale è raccolto in un unico punto di accesso. Lo sfruttamento dell’anagrafe della ricerca permette un risparmio in termini di costo/tempo, che può essere impiegato per la ricerca stessa.

Ultimo, ma non per importanza, le università possono utilizzare l’Open Access come loro palcoscenico, una splendida occasione per dare maggiore visibilità ai proprio attori-ricercatori e alle pubblicazioni accademiche.
Gli enti di finanziamento, infine, come producer dalla vista acuta, hanno un ritorno economico e di prestigio grazie alla massima visibilità e diffusione delle ricerche da loro finanziate.

Quale miglior conclusione del lieto fine? La comunità scientifica è la vera star del teatro: le ricerche hanno la massima diffusione, sono immediatamente disponibili (possibilità di download immediata), sono a disposizione di tutti, il dibattito ne trae giovamento!

Le 4 W dell’Open access: chi, cosa, come, perché pubblicare con Accesso Aperto?

open access

Il movimento Open Access, sempre più diffuso a livello mondiale, rimane perlopiù sconosciuto alle persone che non frequentano l’ambito accademico… Vi state chiedendo “perché”?
La risposta è in uno dei principi stessi dell’OA, nella prima “W”, ossia cosa: le pubblicazioni ad accesso aperto sono pubblicazioni relative alla ricerca, sia essa scientifica o umanistica.
Questo segmento editoriale, infatti, coinvolge esclusivamente le università e gli istituti scolastici favorendo la circolazione di lavori, dati, ricerche, risultati e mettendoli a disposizione della comunità scientifica internazionale, così che possa trarne vantaggio in diversi modi.

L’Open Access è nato proprio con lo scopo di favorire lo sviluppo della ricerca (siamo alla seconda “W”, perché) e questo è anche uno dei suoi principi: aumentando la circolazione delle produzioni si favoriscono automaticamente il dibattito proficuo sui lavori più recenti e una collaborazione anche a distanza.

Questa branca dell’editoria si occupa di pubblicare e divulgare testi che nell’editoria classica non sono retribuiti economicamente, ma che portano numerosi vantaggi al proprio padre intellettuale creando una vibrante cassa di risonanza attorno a lui e al suo operato (terza “W”, chi) e, qui, la domanda sorge spontanea: sfruttando l’OA e usandolo come canale di diffusione dei risultati di ricerche finanziate soprattutto da fondi pubblici, si perde il diritto d’autore?
Come scritto nell’articolo dedicato alle origini del movimento i ricercatori mettono a disposizione di tutti i frutti del proprio lavoro, tuttavia non ne perdono la proprietà intellettuale! Ecco, quindi, un altro dei principi guida dell’accesso aperto.
Ma chi può pubblicare? Tutti? Si e no: chiunque abbia capacità e titoli idonei e segua un progetto di interesse generale può diffondere il proprio operato e diventare autore. Tuttavia l’effettiva pubblicazione avviene solo dopo che il comitato preposto alla peer review ha validato il lavoro (quarta “W”, come), instaurando quel circolo che permette alla dialettica di seguire il suo naturale corso, portando ogni lavoro ad essere sintesi e premessa allo stesso tempo.

Proprio di filosofia, morale e politica si tratta! L’Accesso Aperto, infatti, trae le sue origini dalla necessità di creare un dibattito libero, aperto, gratuito e di facile accesso: solo dal confronto, da una conversazione polifonica, possono nascere nuove idee, che si tratti di un periodo di “scienza normale” o di “rivoluzione scientifica, come sosteneva T. Khun nel suo La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962).

Giada Piantanida

2015: Il cartaceo vende più dell’ebook

fonte: aie.it (associazione italiana editori)

libreria-mondadori7

Torna positivo, dopo cinque anni di segni meno, il mercato del libro in Italia. E’ questa la più importante evidenza dell’analisi dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2015.
E’ l’alba di un giorno nuovo? Il 2015 rappresenta l’anno della svolta: torna infatti timidamente a crescere la lettura di libri di carta e in parallelo rallenta – anche se impercettibilmente – quella di libri digitali, si mixa ancor più la produzione di libri di carta e digitali, ma soprattutto torna positivo il mercato, che per i libri di carta registra un +0,7% nei canali trade (dato Nielsen per AIE). Se si considera tutto il mercato – fatturato ebook e tutti gli altri canali (fiere, bookshop museali, etc..) – secondo le stime dell’Ufficio studi AIE, il 2015 chiude con un +1,6% sull’anno precedente.

Torna a crescere la lettura di libri di carta in Italia: la lettura di libri nella popolazione con più di 6 anni è tornata a crescere nel 2015 (elaborazione AIE su dati Istat, +1,2% = 283.000 persone in più che leggono) e riguarda oggi 24milioni di persone. E’ tornata a crescere in particolare tra i lettori deboli e occasionali. Le fasce dei bambini e ragazzi (6-14enni: 46,5%), le fasce pre-scolari (63%) e gli Young Adults (52,5%) continuano a leggere più libri rispetto alla media della popolazione italiana, che si attesta al 42% (lettori di almeno un libro non scolastico nell’anno). …e rallenta quella degli ebook: la lettura di e-book rallenta nel 2015 (elaborazioni Ufficio studi AIE su dati Istat, -5,6% = 277.000 persone in meno) ma continua a riguardare una parte di popolazione italiana sostanzialmente stabile di 4,5-5milioni di persone. I due indicatori, lettura di libri di carta e lettura di ebook, non si possono sommare (per il diverso tipo di rilevazioni) ma i due dati, se analizzati insieme, confermano che ormai è cambiato il mix con cui il lettore combina carta e digitale secondo le sue necessità quotidiane.

Anche la lettura di e-book tra i 15-19enni è quasi il doppio (15,3%) rispetto alla media: 8,2%.  Cresce l’offerta di titoli, tra carta e digitale. E cresce la vendita di diritti all’estero: gli editori hanno pubblicato nel 2015 62.250 (elaborazioni Ufficio studi AIE su dati IE – Informazioni Editoriali) diversi titoli in formato cartaceo, a cui si aggiungono ben 56.727 titoli in digitale: gli ebook rappresentano il 91,1% delle novità pubblicate nell’anno. Cresce anche la vendita dei diritti all’estero, al punto che la vendita dei diritti (+11,7%) cresce più dell’acquisto (2%). E’ segno più nel mercato del libro. Cresce (poco) il mercato ebook: il 2015 chiude per i libri di carta nei canali trade (librerie, librerie online e grande distribuzione), secondo i dati Nielsen per AIE, con un +0,7% (e raggiunge gli 1,202miliardi di euro) a valore e con un -2,1% sul 2014 a copie (sono state vendute 90,9milioni di copie di libri: il dato negativo dovrebbe però essere compensato ampiamente dai download degli e-book).

Il segmento Bambini & Ragazzi è quello che nel 2015 ha trainato di più la crescita sia a copie che a valore: rappresenta nei canali trade – esclusa la grande distribuzione – il 17,4% del valore e il 22,9% delle copie (con il 10,3% dei titoli pubblicati). La non fiction generale –  ovvero i libri di politica, attualità, religioni – con un +0,6% a valore e un +1,2% a copie ha contribuito al risultato positivo complessivo. Bene anche la fiction, che chiude in crescita a valore (+2,6%) ma negativa a copie (-1,4%, forse compensata dai download degli ebook). La vendita di ebook nel 2015 ha raggiunto, secondo le stime dell’ufficio studi AIE, i 51milioni di euro: il 4,3% delle vendite trade.  Tre quarti degli italiani comprano i libri in libreria. Bene le librerie indipendenti – Quasi tre quarti della spesa dei lettori italiani nell’acquisto di libri (72,2%) continua a passare attraverso la libreria. Cresce il peso delle catene (che raggiungono quota 41,2%) e cresce, di poco ma dando un segnale positivo, anche quello delle librerie indipendenti (che si attestano al 31%). Gli store online – al netto della vendita di ebook – pesano il 13,9%, tanto quanto la grande distribuzione organizzata.

Il commento – “Questi risultati positivi, dopo anni di sofferenza – commenta il responsabile dell’Ufficio studi AIE, Giovanni Peresson –, indicano che anche il libro, prodotto anticiclico per eccellenza, si è collegato all’andamento economico generale e quindi diventa sempre più decisivo il livello di qualità delle proposte editoriali. Segue un trend positivo, che interessa anche gli altri paesi europei: con l’eccezione della Germania, il mercato del libro cresce infatti nel 2015 in tutti i principali Paesi UE. Ciò che è cambiato è il lettore: più autonomo, disincantato, flessibile. Qui si giocherà la partita vera del 2016”.

  • Acquisti online

    24h/48h/72h – 5/7 giorni con SDA e Poste italiane raccomandata