Marzo 2016

Green Road e Gold road: se non sono social, le pubblicazioni sono open access!

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Nel mondo accademico e della ricerca scientifica il movimento open access ha svolto, negli ultimi due decenni, un ruolo di sempre maggiore importanza. Se, da un lato, gli obiettivi del movimento OA sono molto nobili (mettere a disposizione di tutti e gratuitamente il lavoro svolto dai ricercatori permettendo uno sviluppo più veloce della ricerca), dall’altro gli accademici hanno diverse possibilità di pubblicazione. Abbiamo già parlato dei social media proprietari, come Academia.edu, ma per chi desiderasse metodi meno “social” esistono sempre le prime due vie dell’open access: la green road e la gold road.

La via verde, o green road, prevede che il ricercatore archivi all’interno di un repository istituzionale (come potrebbe essere Cineca), i metadati del proprio lavoro scientifico. Insieme ai metadati l’autore deve pubblicare anche il testo completo e una concessione gratuita, irrevocabile ed universale a tutti gli utilizzatori del diritto d’accesso.

Un esempio è quello dell’Università degli studi di Milano: AIR è l’archivio di ateneo dove gli accademici possono depositare i risultati dei propri lavori che hanno già ottenuto la peer review (pre print). Se il lavoro è già stato pubblicato da un editore i ricercatori possono uploadare su questo repository anche il post print, avendo cura di inserire anche il contratto editoriale o quantomeno la sezione relativa ai diritti del contratto con l’editore.

L’altra via, quella d’oro o gold road, prevede la pubblicazione su riviste ad accesso aperto, che rispettano la politica del peer review. In questo caso, dal punto di vista economico, le soluzioni sono diverse: i costi possono essere addebitati all’autore o all’Istituzione (se la rivista ha una compartecipazione al work flow editoriale). Le riviste OA, infatti, sono di tre tipologie: possono essere gratuite sia per chi pubblica che per chi legge; gratuite per chi legge ma con un contributo economico per gli autori, riviste a pagamento che prevedono però la pubblicazione di articoli open access con il versamento di una quota di partecipazione.

Green road e gold road possono tranquillamente coesistere: come abbiamo detto, ad esempio, dell’archivio di Unimi è possibile caricare nei repositories istituzionali e disciplinari sia il pre print che il post print: in questo modo l’autore guadagna molto in termini di visibilità. Il suo lavoro comparirà sia sulle riviste che negli archivi, rimanendo consultabile e citabile grazie alla disponibilità immediata! Se non è open access questo…

Open Access: dove sono finiti i diritti d’autore?

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Quando un ricercatore o un docente decidono di pubblicare il proprio lavoro aderendo al movimento open access hanno due possibilità (o tre) possibilità: scegliere i social media proprietari oppure pubblicare seguendo la green road o la gold road ma quando una pubblicazione accademica sfrutta l’OA e quindi i repository istituzionali, come la mettiamo con i diritti d’autore?

Ebbene, ogni autore può stare tranquillo, perché a tutelare il suo lavoro ci pensa la legge sul Diritto d’autore (L. 633/1941 e successive modifiche): questa legge prevede che l’autore di una pubblicazione rimanga il titolare della proprietà morale ed economica del proprio lavoro, se non sono stati ceduti ad un editore con un contratto che può prevedere la cessione totale dei diritti o solo una parte.

In particolare, l’articolo 42 della legge prevede che l’autore abbia il diritto di pubblicare il proprio lavoro su più fonti, purché vengano sempre citati gli estremi della prima pubblicazione. Tuttavia anche questo dipende dalla cessione dei diritti stabilita nel contratto con l’editore, qualora venga firmato un contratto fra le parti.

In breve si può dire che l’autore è il titolare dei diritti d’autore per le ricerche non ancora pubblicate, mentre per quelle pubblicate tutto dipende dal contratto che viene firmato.

Inoltre se la pubblicazione (e la ricerca) sono state finanziate per almeno il 50% da fondi pubblici, è obbligatorio pubblicare in open access rispettando i tempi di embargo fissati dall’editore.

Per i ricercatori che desiderano pubblicare in OA è obbligatorio stipulare un contratto con un editore, ma non è obbligatorio cedere tutti i diritti: sarà l’accordo fra le due parti a stabilire se verranno trasferiti tutti i diritti oppure se all’autore rimarrà la facoltà di auto archiviare il proprio lavoro in archivi istituzionali.

Per gli autori c’è, comunque, un salvagente: si tratta delle licenze creative commons: licenze di diritto d’autore redatte nel 2002 dalla Creative Commons (CC), un ente non-profit fondato da Lawrence Lessig nel 2001. Queste licenze garantiscono agli autori la proprietà intellettuale del proprio lavoro, mantenendo il copyright sulle proprie pubblicazioni. Attraverso questo tipo di contratto le ricerche vengono concesse in licenza gratuita solo per certi usi e rispettando alcune condizioni, prima fra tutte che l’autore non abbia già precedentemente ceduto i diritti a un editore. Con le creative commons l’autore autorizza aggiornamenti e contributi al proprio lavoro.

Questo per quanto riguarda l’Italia… ma se si vuole pubblicare all’estero? Gli editori stranieri hanno diverse politiche, per la maggior parte consultabili sul sito Sherpa/Romeo, dove si trovano le politiche di pubblicazione suddivise in base alla posizione assunta rispetto all’autoarchiviazione nei depositi istituzionali o sui siti personali. La classificazione è suddivisa per colori:

  • editori verdi (archiviazione di pre- e post-print)
  • editori blu (archiviazione di post-print e non di pre-print)
  • editori gialli (archiviazione di pre-print e non di post-print)
  • editori bianchi (non supportano l’autoarchiviazione)

Non resta che scegliere!

Editoria e digitale: che matrimonio è?

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Innovazione, tecnologia e digitale sono tre parole chiave di quest’epoca diventate compagne (più o meno gradite) per ciascuno di noi. A pensarci bene, hanno assunto un’aurea familiare e quasi tutti, ammettiamolo con franchezza, ricerchiamo la loro benevolenza nel nostro vivere quotidiano. Il “quasi tutti” è d’obbligo: tanti rifiutano l’evoluzione verso un mondo sempre più innovativo e digitale.

Senza entrare troppo negli anfratti della spinosa questione e senza dibatterne ogni singola tesi contraria o favorevole, possiamo limitarci a constatare come sia in atto un cambiamento culturale senza precedenti nella storia dell’umanità capace di coinvolgere anche il settore dell’editoria. A conferma di ciò, il Salone Internazionale del Libro di Torino atteso al Lingotto dal 12 al 16 maggio ospiterà gratuitamente all’interno dell’area “Book to the Future” dieci start up dedicate all’editoria digitale. Il bando, dedicato alle nuove iniziative imprenditoriali, è consultabile sul sito ufficiale dell’iniziativa ed ha come termine ultimo per la presentazione delle candidature, il prossimo 1° aprile. Non a caso il filo conduttore del Salone del Libro di quest’anno è espresso con un termine, al contempo, sintetico e forte: “Visioni”; vocabolo usato come emblema per indicare la capacità di saper guardare oltre le barriere del presente e di progettare una nuova dimensione del futuro nella quale vincere sfide apparentemente impossibili creando, inventando ed attuando soluzioni che contemplino connubi fruttuosi tra l’editoria e l’innovazione. Nel medesimo solco innovativo si colloca un altro rilevante appuntamento previsto dal 4 al 7 aprile: il Bologna Children’s Book Fair che ha già reso nota l’assegnazione dei Digital Awards per l’editoria digitale e le app.

Innegabilmente stiamo vivendo una sorta di “nuova era geologica” rispetto alla tradizionale fruizione dei contenuti; lo stesso colosso mondiale Google ha selezionato, attraverso il Fondo per l’Innovazione della Digital News Initiative, 128 progetti di editoria digitale che verranno finanziati con ben 150 milioni di euro complessivi!

Sulla linea dell’orizzonte a metà tra digitale, innovativo, visionario e tradizionale si colloca il progetto editoriale itinerante “Gente di Mare” nato dalla volontà e dalla determinazione di tre Donne di mare abruzzesi: Ilaria Paluzzi, Paola Paluzzi e Viviana Costantini. L’omonimo concorso letterario patrocinato dal Comune di Silvi Marina (TE) è gratuito, aperto a tutti e selezionerà dieci racconti inediti sul mare e sulla gente di mare, privilegiando gli autori che riusciranno a creare personaggi umorali intrisi dell’acre odore e del caratteristico sapore di salsedine.

Oltre ai maestosi e frondosi “alberi-giganti” del settore esiste un particolare sottobosco nella grande foresta editoriale, costituito da persone ed iniziative la cui linfa vitale è un esplosivo mix di intraprendenza, determinazione e desiderio d’innovazione.

A fronte di tutto ciò, siamo certi che l’editoria sia ancora un settore così “vetusto e dormiente” come taluni sostengono?

Francesca Magno

Il danno da procurato fallimento al vaglio della suprema corte: un’occasione perduta

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La sentenza n. 12167 del 18 giugno 2015 della Cassazione ha riproposto l’attenzione degli operatori su di un profilo particolarmente dibattuto ed attuale di responsabilità civile: il c.d. danno da procurato fallimento, in cui una parte non adempiendo una propria obbligazione causa il fallimento dell’altra.

Infatti, è sempre più frequente che, a séguito dell’inadempimento di controparte, un imprenditore si trovi in una precaria situazione economica e in una insormontabile crisi di liquidità; in tali casi, la responsabilità della parte debitrice può aggravarsi, soprattutto se tale prospettiva si incardina in un contesto economico fragile come quello attuale.

Come noto, invero, allorquando l’imprenditore sia sottoposto a procedura concorsuale, s’è possibile provare il nesso di causalità fra l’inadempimento di controparte e lo stato di dissesto economico, la parte inadempiente deve ristorare tutti i danni in cui l’impresa sia incorsa1.

Sotto questo profilo, risulta di qualche interesse la sentenza n. 12167 del 18 giugno 2015, in cui la terza sezione civile della Corte di Cassazione si è trovata a dover conoscere d’una controversia riguardante, tra gli altri, tale profilo di danno; tuttavia, la Suprema Corte, per gravi vizî formali del ricorso, ne ha dichiarata l’inammissibilità, senza così esprimersi sugli aspetti sostanziali della contesa che non risultano in tal modo negati.

Ben più interessanti sono, invece, le sentenze di merito dei due gradi precedenti.

Il giudice di prime cure, ossia il Tribunale di Pescara, infatti, con la sentenza n. 1481 del 28 luglio 2003, in una causa fra due imprese di cui una condotta al fallimento dall’inadempimento dell’altra, si è per primo espresso sul quantum del risarcimento individuandolo in 500.000 euro e individuando le singole voci che compongo il danno in questione nella perdita di avviamento commerciale, nella dispersione delle maestranze (e del know how, n.d.r.)e, nel caso di specie, nell’essere sfumate le trattative di cessione dell’azienda (che potrebbe essere avvicinato a perdite di chance o della c.d. perdita dell’affare). Ad avviso di chi scrive sarebbe poi lecito aggiungere i costi della procedura e i costi di un eventuale finanziamento etero-aziendale per sopperire al mancato introito che era atteso. Nella decisione, il giudice ha altresì menzionato la teorica possibilità di ottenere il risarcimento dei mancati guadagni che avrebbero potuto essere conseguiti, laddove l’impresa debitrice avesse adempiuto in termini; ma, tale domanda risarcitoria è stata, tuttavia, respinta, perché non sorretta da alcuna prova2.

A séguito dell’appello della parte soccombente, che si doleva dell’errata applicazione del nesso di causalità e della mancanza di prevedibilità dell’evento fallimento, con la sentenza n. 1097 del 5 luglio 2011, la Corte di Appello dell’Aquila ha invece caratterizzato la fattispecie, delineandone i requisiti costitutivi nella esistenza di un nesso di causalità tra l’inadempimento e il fallimento e nella prevedibilità o financo conoscibilità delle conseguenze.

In particolare, la Corte di Appello ha avuto modo di esprimersi sull’applicazione dell’art. 1225 c.c., in tema di prevedibilità del danno, rigettando la domanda di risarcimento, perché non risultava provato – né tantomeno allegato – che, al momento del dovuto adempimento, la situazione d’insolvenza della [creditrice] fosse conosciuta o conoscibile per la [debitrice], essendo esclusa la natura dolosa dell’inadempimento.

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1 Sia consentito, richiamare per una prima presentazione di tale tesi in dottrina, Borroni, IL DANNO DA INADEMPIMENTO DEL COMMITTENTE: PER UNA RICOSTRUZIONE EVOLUTIVA DELL’INADEMPIMENTO DELL’OBBLIGAZIONE PECUNIARIA. SPUNTI DI DIRITTO COMUNITARIO E COMPARATO, 2010, http://www.osservatorioappalti.unitn.it/.

2 La copiosa e articolata giurisprudenza in tema di danno da mancata disponibilità di una somma di denaro avrebbe probabilmente offerto spunti interessanti di riflessione in tale contesto.

La libreria che stampa, subito, i libri che non ha

fonte: ilpost.it/libri/

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Ci sembra un’ottima novità e abbiamo voluto condividerla anche noi.

Il 12 marzo è stata inaugurata la prima libreria di Parigi in cui è possibile stampare i libri non presenti sugli scaffali grazie a un modello di Espresso Book Machine, una macchina che stampa e rilega volumi in pochi minuti. La libreria si trova al numero 60 di rue Monsieur le Prince, nel sesto arrondissement, ed è di proprietà della della casa editrice Presses Universitaires de France (PUF), specializzata nella pubblicazione di testi universitari e manuali. PUF è nota in particolare per la collana di brevi libri divulgativi Que sais-je?, simile a Farsi un’idea, della casa editrice italiana Il Mulino. Grazie alla Espresso Book Machine i clienti della libreria di rue Monsieur le Prince potranno scegliere quali libri da stampare tra i 3 milioni di titoli disponibili in pubblico dominio in tutto il mondo (350mila sono in lingua francese) e i 5.000 del catalogo di PUF. Le persone potranno quindi comprare anche i volumi la cui domanda non è abbastanza alta da giustificare una ristampa, con conseguente vantaggio anche per la casa editrice.

Nei tweet di PUF si vedono l’esterno della libreria e la copia di un libro appena stampata con l’Espresso Book Machine.

Cattura

Quella di Parigi non è la prima libreria europea dotata di una Espresso Book Machine. Da settembre 2015 il punto vendita di Mondadori in piazza Duomo a Milano ospita una di queste macchine e offre un catalogo di libri da stampate di 7 milioni di titoli, in italiano e in altre lingue straniere. Per poter stampare un libro è necessario averne il file in formato pdf; il libro stampata sarà in edizione paperback, cioè un tascabile con copertina morbida. Nella libreria di piazza Duomo gli autori di romanzi che non vogliono autoupubblicare le proprie opere in formato digitale possono stampare i propri libri in forma cartacea.

La storia dell’Espresso Book Machine

L’Espresso Book Machine è stata inventata alla fine degli anni Novanta da Jeff Marsh, un ingegnere di St Louis, negli Stati Uniti. Il modello iniziale era il prototipo di una macchina che comprendeva una stampante e una rilegatrice. Il progetto venne sviluppato grazie all’investimento dell’editor Jason Epstein (che è stato direttore editoriale di Random House e cofondatore della New York Review of Books) e nell’aprile del 2006 venne installata una prima versione della macchina nell’infoshop della Banca Mondiale a Washington DC. Nel settembre dello stesso anno fu installata un’altra macchina, capace di stampare l’alfabeto arabo, nella biblioteca di Alessandria, in Egitto. Oggi ce ne sono 70 in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone: in Europa sono dieci, di cui cinque in scuole di grafica francesi.

L’idea alla base è quella delle stampanti 3D: potendo stampare i libri che si desiderano con una procedura on demand, si possono risparmiare le spese di spedizione dei libri e si evita l’accumulo di copie invendute. La società che vende queste macchine si chiama On Demand Books ed ha un accordo con Xerox, una delle più grandi aziende produttrici di stampanti e fotocopiatrici al mondo.

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La guerra dell’Open Access: pubblico e privato a confronto

Public or private. keyboard

Molto si è detto, negli ultimi mesi, a proposito dell’articolo pubblicato dall’Office of Scholarly Communication dell’Università della California il cui titolo è chiaro fin da subito: A social networking site is not an open access repository, ovvero i social network come Academia.edu o Research.Gate non sono open access. Abbiamo parlato di Academia.edu e di Cineca, due esempi di cosa significhi oggi il movimento OA… ma quali sono gli scenari che si prospettano e perché siti di social networking vengono nominati così spesso quando il dibattito si accende?

Come abbiamo detto di Academia, e lo stesso vale per Research.Gate, questi siti sono gestiti da aziende private con scopo di lucro, sono quindi social media proprietari al contrario dei “classici” archivi ad accesso aperto che devono essere istituzionali o disciplinari, gestiti da biblioteche o consorzi.

Il problema è che le piattaforme di social networking non sono aperte (bisogna firmare un contratto per l’iscrizione e l’accesso) e non sono interoperabili: questo significa che chiunque crei un profilo e pubblichi su una di queste piattaforme non ha la possibilità di esportare i propri dati (non propriamente tutti i dati); al contrario, i dati e metadati uploadati su repositories istituzionali sono aperti, utilizzabili e scaricabili (grazie a providers come OAI-PMH che permettono l’interoperabilità).

Per quanto riguarda la “memoria” di ciò che viene caricato abbiamo già detto parlando di Academia: una società può fallire e con essa tutti i contenuti caricati; nel caso di archivi istituzionali, la conservazione è garantita per un periodo di tempo molto più lungo, essendo la piattaforma generalmente di proprietà di un’istituzione pubblica (o privata) come può essere quella di un’università… basti pensare all’Alma Mater Studiorum, l’Università degli studi di Bologna, la più antica d’Europa (fondata nel 1088) o all’Università di Torino, fondata nel 1400 e prima in Italia ad adeguarsi all’OA.

Un importante differenza fra gli archivi ad accesso aperto e i social media è la questione “privacy”: ogni ricercatore è in cerca di contatti che potranno permettergli una maggiore fama, ma come si comporta la piattaforma? Incoraggia gli utenti a invitare amici, conoscenti, colleghi a connettersi alla propria rete…

Uno dei punti di fondamentale importanza (e differenza) è, però, il diritto d’autore: pubblicando i propri lavori sui social media proprietari, in alcuni casi, li si autorizza ad utilizzarli per produrre materiali e opere che derivino da essi. Ossia: la società a cui fa capo il social media viene autorizzata dall’autore a produrre opere basate sul proprio lavoro e il tema dei diritti d’autore, seppur chiarito negli anni, rimane sempre un tema caldo anche per il movimento open access (che comunque tutela i ricercatori e la proprietà intellettuale delle loro pubblicazioni).

Un altro conflitto fra “pubblico” e “privato” è dovuto alla pubblicazione: come sostiene Paola Galimberti su Roars, “Se si consulta il sito Sherpa Romeo che censisce le politiche dei maggiori editori internazionali e dei loro journals, nelle clausole legate al deposito degli articoli in open access si parla sempre di sito personale dell’autore, sito dell’istituzione, repository disciplinare o institutional respository. Da nessuna parte sta scritto che è autorizzato il caricamento del full-text (per di più nella versione editoriale) sui social network”.

Questo significa che gli editori potrebbero rifiutare lavori pubblicati precedentemente su queste piattaforme… E se questi media, anziché essere social e aprire nuove strade, le chiudessero?

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