ASN 2.0: il labirinto della follia

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La prima ASN, ossia le prime due tornate di abilitazione sono state per certi versi un disastro: hanno determinato un contenzioso di dimensioni colossali, impegnando il TAR Lazio (Roma) e il Consiglio di Stato con migliaia di procedimenti. Nessuno allo stato, ha osato una stima dei costi complessivi dell’operazione, che includa gli oneri di soccombenza dell’amministrazione nei giudizi innanzi alla magistratura amministrativa. Comunque sia, come tutti sanno alla seconda tornata è seguita una lunga pausa motivata dall’esigenza di rivedere le procedure.

Vi era dunque la speranza che il decisore politico prendesse atto di quanto accaduto e accedesse a più ragionevoli consigli. Niente di tutto ciò. Alla fine l’ASN 2.0 è arrivata, carica degli stessi difetti di quella che l’aveva preceduta. Anzi, forse peggio. Infatti, i filtri quantitativi non solo sono stati mantenuti, ma irrigiditi, poiché essi sono ora vincolanti anche per i candidati. In più le cosiddette soglie, sostitutive delle mediane, ma alla fine dei percentili stabiliti ad libitum dall’Agenzia che infatti già conosce il numero dei commissari sorteggiabili per ogni S.C. (e dunque immaginiamo, i loro nomi), sono state calcolate in modo opaco ancora una volta, sembra di capire, sulla base dei dati “sporchi” contenuti nel loginmiur: dell’anagrafe della ricerca si sono infatti perse le tracce, così come del tentativo fallimentare di sostituirla con Orcid. Insomma, ancora una volta la procedura appare un gigante dai piedi di argilla, piena di falle (nei prossimi mesi avremo modo di renderne conto) e del tutto discutibile. Nel caldo agostano essa è piombata su di una semi-addormentata accademia italiana, le cui reazioni – per una volta vivaci – sono state bellamente ignorate, così come nel cestino è finito un pur argomentato è ragionevole parere CUN; ai dubbi già sollevati sugli indicatori e altri aspetti della procedura si aggiunge poi la questione degli oneri informativi.

Ora però vorremmo cominciare una paziente opera di analisi delle criticità delle procedure abilitative: se non altro per dimostrare che chi le ha disegnate è persona non lungimirante, o per meglio dire non in grado di apprendere dagli eventi passati. Il che è tutto dire. Tralasciamo ora di discutere degli oneri informativi assurdi e di richieste agli aspiranti commissari che cozzano contro principi risalenti alle non proprio recentissime leggi Bassanini. Amen. È nel dettaglio che si annidano le trappole più insidiose.

Sin dalla prima ASN e dalla prima VQR ci si è ficcati in un assurdo labirinto quantitativo costruito su fondamenta instabili. Ci limitiamo in questa sede alle aree c.d. non bibliometriche: l’introduzione di parametri quantitativi di produttività  non può fare a meno della definizione delle tipologie dei prodotti editoriali. Lasciamo pure stare la vexata quaestio delle riviste di fascia A, sulle quali torneremo prossimamente. Ma che cosa è una monografia? Come la identifico? Andiamo oltre e addentriamoci nel labirinto. Una altra tipologia di prodotto non gradita all’ASN sono le recensioni, un genere letterario peraltro piuttosto glorioso nell’ambito delle scienze umane e non solo.

Tuttavia l’impossibilità di distinguere automaticamente fra recensioni critiche e semplici segnalazioni di nessun valore spinse a suo tempo Anvur a cestinare l’intero genere letterario (salvo individuare quale rivista di fascia A un periodico costituito di sole recensioni, la Bryn Mawr Classical Review). In ogni caso non sappiamo se i nostri Guardiani della Rivoluzione allora si resero conto di stare uccidendo un genere letterario tanto nobile quanto antico: forse no, poiché lo resuscitarono, già morto, stabilendo che le recensioni su riviste di fascia A (positive, negative, neutre, stroncatorie, non importa) costituiscono un positivo elemento di valutazione delle monografie. Schizofrenia? No, furberia: uno degli obiettivi dell’agenzia, infatti, e del Presidente Graziosi (già rivoluzionario in Lotta Continua, nonché corrispondente dagli USA per l’omonimo giornale) e prima di lui di Bonaccorsi è da sempre quello di potenziare il sistema delle fasce A come volano di una supposta internazionalizzazione e di immaginari standard qualitativi, costi quel che costi, anche al prezzo di introdurre nel sistema accademico una nuova forma di corruttela morale, che ha al momento il grande vantaggio di sfuggire ai giornalisti in cerca di scandali accademici. Al momento. Tutto ciò in un pacifico, crasso, placido, rilassato disinteresse (non ignoranza, che sarebbe forse meglio) del dibattito internazionale in materia: gli ex rivoluzionari evidentemente faticano a depurarsi da un malinteso leninismo. Si può fare, perché nel frattempo il (Lumpen?) Proletariat fa le anastatiche a tempo pieno, corteggia direttori di riviste di fascia A, è preso a spezzettare studi ripetitivi in tante piccole monografie.

In ogni caso, veniamo al punto. Precisiamo che la questione riguarda esclusivamente l’area 12, ma essa è alquanto significativa per una lettura complessiva del sistema.
Un altro prodotto indigesto all’ASN sono infatti le note a sentenza. Si tratta di scritti tipici dell’area giuridica, dedicati al commento, appunto, di sentenze. È vero che spesso tali scritti sono opera di studiosi alle prime armi ed è pure vero che in molti casi essi hanno scarso valore scientifico. Il caso però, è affine a quello delle recensioni: così come vi possono essere testi banali e di scarso interesse, non mancano note a sentenza assai ricche e concettose che in realtà sono dei veri e propri articoli, talora caratterizzate da un impatto significativo. Le note a sentenza, infatti, sono anche scritti con i quali gli studiosi si confrontano con le ricostruzioni e con le interpretazioni che i giudici, anche delle più alte magistrature, compresa la Corte Costituzionale, danno di molti istituti. Non sono mancate note a sentenza che hanno anche indotto ripensamenti alle stesse magistrature e al legislatore: in ciò talvolta risiede il vero impatto dello studio giuridico o se si vuole una sorta di sua terza missione, molto più di quanto potrebbero mai citazioni amicali e reciproche interne a gruppi. In ogni caso, ancora una volta ci si trova davanti al puzzle di distinguere categorie entro un genere letterario ma senza addentrarsi nella lettura dello scritto: una operazione del tutto impossibile.

Ebbene, in prima istanza (ossia nella precedente ASN) le note a sentenza furono cassate al fine del superamento degli indicatori. Nell’ultima VQR quindi reintrodotte, quando equiparabili ad articoli (i.e. a discrezione dei revisori). Da ultimo, nell’ASN 2.0, nuovamente cassate, pare a opera di Cineca. Risulta infatti che la piattaforma attraverso la quale si può presentare domanda al fine di rivestire il ruolo di commissario ASN filtri automaticamente tutti i prodotti censiti come “nota a sentenza”, sulla base di una rigida interpretazione letterale (data da Cineca?) dell’art. 2 d.m. 29 luglio 2016 n. 602, sicché le note a sentenza non sarebbero articoli. A questo punto, ci chiediamo, le cronache di convegno, in assoluto uno dei prodotti più scadenti e scientificamente irrilevanti nelle scienze umane e sociali (si tratta di brevi resoconti di incontri congressuali redatti da giovani studiosi) sono invece considerate “articoli” dai nostri illuminati reggitori, purché tale sia la categoria di appartenenza scelta dall’autore nel guazzabuglio di Loginmiur? Sicché qualche insipida cronacuzza pubblicata su rivista di fascia A consentirà agli amici degli amici di superare le soglie?

Non solo, vorremmo con un esempio che il lettore apprezzasse fino in fondo il livello di degrado morale e scientifico al quale ci stanno conducendo. Immaginiamo il professor Tizio, che essendo un tipo smaliziato ha fiutato l’aria: costui ha classificato le sue note a sentenza come articoli (e magari lo aveva già fatto in occasione di ASN 1.0). I responsabili del suo archivio istituzionale della ricerca non osano contestare la scelta, anche se per via della sbadataggine dell’editor della rivista i pezzi appaiono in una sezione denominata proprio “note a sentenza” (solo questione di tempo ed essa verrà prontamente ridenominata). Il professor Caio invece è un tipo testardamente scrupoloso, sembra uscito da un racconto di Elias Canetti e classifica le sue note come note. Morale Tizio supera le soglie ed è sorteggiabile mentre Caio no, paga lo scotto della sua scrupolosità.

Come finisce questa storia? Finisce male per le sorti dell’accademia italiana, trascinata nella fanghiglia di espedienti e mezzucci sotto il pretesto del miglioramento e dell’internazionalizzazione.
Ci auguriamo che il professor Caio, però, perda il suo aplomb e si ricordi che esiste un giudice a Berlino.

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Sole 24 Ore: con le soglie esagerate dell’Anvur «avremo una competizione truccata, scorretta e malata»

Ecco un sunto de il Sole 24 Ore pensiero sulla nuova Abilitazione Scientifica Nazionale.
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Partiamo dalle nuove soglie imposte: la soglia prevede la pubblicazione di 10 lavori su riviste peer-reviewed in 5 anni.

“…Le implicazioni di questo numero, insignificante nella sua apparente banalità, sono inquietanti e bene ha fatto il Consiglio Universitario Nazionale (Cun) il 26 luglio a esprimere all’unanimità serissime e motivatissime riserve. Perché ciò significa, in primo luogo, che un giovane ricercatore che, per scelta o prassi del laboratorio in cui opera, abbia svolto un piccolo o piccolissimo ruolo in molti progetti divenuti lavori scientifici e abbia pubblicato molti lavori di livello medio o basso avrà la possibilità di essere valutato dalla Commissione, mentre un ricercatore che, per scelta o per prassi etica del suo laboratorio, abbia avuto la responsabilità di un progetto o abbia pubblicato pochi lavori di elevato (o elevatissimo) livello non avrà la possibilità di essere valutato dalla Commissione…”

Se è così, quale giovane sceglierà di imbarcarsi in progetti difficili o complessi, che possono richiedere la messa a punto di nuove tecniche o strumenti e portare a risultati di qualità? E, se è così, chi continuerà a dire ai propri giovani collaboratori che essere autore di un lavoro scientifico è un privilegio che spetta solo a chi contribuisce in maniera importante e decisiva alla sua pubblicazione e che un lavoro scientifico non è merce di scambio? E, se è così, prospererà l’abitudine, immorale e purtroppo già diffusa, per cui tutti i membri di un gruppo (e a volte non solo, perché potrebbero esserci addirittura scambi tra gruppi) diventano autori di tutti i lavori del gruppo. L’intrapresa scientifica è una scelta etica e la buona scienza non si misura a chilogrammi, ma per quello che riesce a dare in termini di aumento delle conoscenze e di applicazioni. Così la snaturiamo, così non sarà più scienza, ma un’attività commerciale. E avremo una competizione truccata, scorretta e malata. Dove, tra chi potrà giocarsi le proprie chances, saranno sempre più numerosi i furbi, i cinici e gli spregiudicati…”

Una scelta di questo tipo avrà conseguenze anche, se non soprattutto, sul sistema della ricerca italiana. Rita Levi Montalcini, tanti anni fa, disse che per poter svolgere un ruolo nell’agone mondiale la ricerca italiana non doveva inseguire i modelli di paesi economicamente più prosperi (enormi laboratori, modelli “industriali”) – che porterebbero al massimo a essere colonie o succursali di altri —, ma caratterizzarsi per la presenza di gruppi piccolio medio-piccoli che svolgessero la propria attività in nicchie di ricerca in cui era inferiore la competizione con i più ricchi utilizzando modelli “artigianali” o “artistici”, dove sviluppare le proprie idee con serietà, dedizione e con la creatività che ci caratterizza.

e in chiusura una bocciatura senza appello…

«Modificare la soglia proposta [dall’Anvur per l’ASN] non altererebbe l’impostazione della nuova abilitazione e non richiederebbe molto tempo. Ma eviterebbe il rischio o il peggioramento della deriva commerciale della scienza e spingerebbe i nostri giovani ricercatori a mirare alla qualità e al rigore piuttosto che alla quantità e al mercimonio».

Redazione Libellula Edizioni University Press
anche tratto da http://www.roars.it/online/?p=52720
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Cronica carenza di risorse nel sistema Universitario Italiano: ecco il quadro tracciato dal Rapporto ANVUR 2016


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Risorse e finanziamenti: tematiche roventi e scottanti in Italia. Sia che si discuta di Scuola, di Università o di Sanità pubblica il solo nominar la “cronica carenza di risorse” apre (o riapre) ferite dell’orgoglio nazionale, mai completamente cicatrizzate.

Il Rapporto ANVUR 2016 analizza anche l’aspetto relativo alle risorse economiche del sistema universitario precisando che “il quadro complessivo del finanziamento non si discosta molto da quello presentato nel precedente Rapporto”. Il Sistema Universitario Italiano, già sotto-finanziato nella comparazione con gli altri Paesi, “dal 2008 ha subito una forte contrazione dei finanziamenti statali” ed anche per l’anno 2016, il finanziamento statale delle Università si assesta su valori di poco superiori al 2015. L’unica eccezione è rappresentata dall’innalzamento delle risorse per il diritto alla studio.

Rispetto agli altri Paesi Europei, il Sistema Universitario Italiano presenta un livello di tasse elevato e, purtroppo, problematiche croniche: “la principale criticità del Sistema di diritto allo studio è rappresentata dalla cronica carenza di risorse e dal fatto che, quelle disponibili, non sempre vengono erogate in maniera tempestiva” a cui si somma l’incertezza “circa la permanenza del sostegno da un anno all’altro”.

A questo quadro tutt’altro che radioso, va aggiunta una permanente eterogeneità (tra regioni e, all’interno delle stesse, tra i diversi atenei) nei requisiti di accesso e nei tempi di erogazione dei benefici. Il 47,3% della spesa regionale per gli interventi di sostegno agli studenti è coperto dalla tassa universitaria regionale; negli ultimi anni quest’ultima è stata elevata a 140 euro nella maggior parte delle regioni”.

Un Ateneo però, non può reggersi solo attraverso finanziamenti economici (certamente rilevanti, come abbiamo appena appurato) ma deve poter contare anche su preziose risorse umane: la composizione del corpo docente, nell’ultimo decennio, è stata profondamente modificata.

A partire dal 2008, vi è stata una significativa contrazione del numero dei docenti compensata solo parzialmente, dall’inserimento dei cosiddetti RDT (Ricercatori a Tempo Determinato) ed inoltre, solo l’inserimento di altri studiosi con contratti di collaborazione a tempo determinato (e, spesso, retribuiti in maniera non soddisfacente) ha permesso di sostenere i maggiorati carichi di lavoro. Non si può non concordare sul fatto che “questo rappresenti un indebolimento della capacità didattica dell’intero Sistema Universitario” a cui si somma sia il progressivo aumento dell’età media dei docenti e sia l’impossibilità, da parte del personale di ruolo (soggetto a contrazione d’organico), di coprire l’offerta formativa.

Un quadro spinoso e poco confortante quello che emerge dal Rapporto ANVUR 2016 … Ma come ogni umana cosa, tutto può evolvere. Anche le questioni più complesse. Le quali andrebbero affrontate con la concreta volontà di miglioramento e non col disfattismo o lo svilimento del “tanto nulla potrà cambiare”. Voi che ne dite?

Francesca Magno

Biblioteche intelligenti: stop polvere e silenzio, si riparte dalla creatività!


London, United Kingdom. 4th August 2012 -- A tenage boy explores the "a MAZE me" art installation,made out of 250000 books by Brazilian artists Marcos Saboya.And Gualter Pupo. Royal Festival Hall, South Bank Centre,.London. -- A masive maze "a MAZE me" made out of 250,000 books by Brazilian artists Marcos Saboya and Gualter Pupo has opened in London.The art installation is part of the Festival of the world, Royal Festival Hall, South Bank Centre. London, UK.

Biblioteche intelligenti: capaci cioè, di scegliere nuovi percorsi, assumendosi gli oneri ed i rischi del cambiamento. Dopotutto, “intelligente” deriva dal latino inter (fra) lègere (scegliere) e sin dal suo etimo suggerisce “una sorta di saggezza, efficace e concreta, che si manifesta nel modo di acquisire e utilizzare conoscenze e nel gestire le situazioni in cui ci si trova”.

Chi, almeno una volta nella vita, non ha associato al luogo di consultazione per eccellenza del patrimonio librario ad un’immagine mentale vetusta, polverosa e silenziosa? Suvvia, non sentiamoci colpevoli… Averlo fatto, non fa di noi dei pessimi lettori!

A nostra discolpa, possiamo aggrapparci al fatto che le Biblioteche sono state per lungo tempo dei veri e propri templi di conservazione, intesa non solo come conservazione fisica del materiale cartaceo ma anche come resistenze conservative rispetto all’evoluzione tecnologica. Innovazione e creatività, nel settore bibliotecario richiedono un atto di coraggio per giungere alla rottura con gli schemi precedentemente adottati… Oltre che, ovviamente, la presenza di fondi e sovvenzioni. Il che non significa che la “biblioteca tradizionale” non abbia il suo grande valore: tutt’altro. Agli aspetti tradizionali però, andrebbero aggiunti elementi e servizi capaci di stare al passo coi tempi e con le esigenze dell’utenza. E, a onor del vero, esistono delle realtà interessanti.

Due esempi dal mondo: la Biblio Tøyen di Oslo e la Biblioteca di Quintanalara. Nel primo caso, si tratta di una Biblioteca dedicata ad un pubblico d’età compresa tra i 10 ed i 15 anni e già la scelta del target è di per sé un’innovazione: va a sopperire alle carenze del sistema scolastico norvegese. E’ una Biblioteca intelligente perché, tenendo conto della tipologia di utenza, consente attività teatrali e musicali, ammette attività di cucina e coding, oltre che l’utilizzo di stampanti 3D e costruzioni Lego. Ma non è tutto. I libri, organizzati per argomenti e non per ordine alfabetico, vogliono accrescere il fluire delle passioni e della creatività. Questo però, comporta qualche difficoltà nel reperire titoli specifici sugli scaffali e per risolvere l’inconveniente, la Biblio Tøyen di Oslo sta mettendo a punto un sistema di mappatura basato sui TAG RFID che verranno inseriti in ciascun libro e saranno letti da un drone che ne garantirà una facile localizzazione.

Nel secondo caso, la Biblioteca di Quintanalara (Spagna) conta ben 16.000 titoli per appena 33 abitanti. Sembrerebbe un incredibile paradosso… Eppure, l’immenso patrimonio librario dovuto anche ad aiuti spontanei, è affiliato all’interno della rete internazionale di Bookcrossing.com che consente una mappatura nel mondo di tutti i titoli oggetto di scambio e prestito. Inoltre, il luogo fisico in cui è stata inaugurata la Biblioteca è l’antica Probara: qui, un tempo, venivano ospitati vagabondi e viaggiatori ed è stata scelta con l’intento di farla diventare anche un’attrattiva turistica. Un matrimonio intelligente tra valorizzazione del territorio, cultura e tecnologia.

La creatività dunque, associata all’effettiva volontà di superare le barriere trasformandole in opportunità, segneranno una ripartenza del settore bibliotecario anche in Italia? Voi cosa ne pensate?

Francesca Magno

Nuovo rapporto ANVUR 2016: punti di forza e criticità del Sistema Universitario italiano


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Come vi avevamo anticipato nel precedente articolo, il 24 maggio è stato presentato il nuovo rapporto biennale redatto dall’ANVUR sul Sistema Universitario e della Ricerca. Anche in questo caso, non potendo trattare l’ampia materia in maniera esaustiva vi rimandiamo alla consultazione del Rapporto 2016 attualmente pubblicato nella versione sintetica.

Le analisi e le comparazioni presenti nel documento permettono di tracciare il nuovo profilo del Sistema Universitario Italiano contraddistinto da molteplici punti di forza e da persistenti criticità.

I numerosi sforzi realizzati durante l’ultimo decennio hanno determinato un buon posizionamento internazionale dei risultati ottenuti dalla nostra ricerca universitaria e va sottolineata anche la capacità complessiva del Sistema Universitario “di erogare una didattica di qualità nonostante l’alto rapporto studenti/docenti con una spesa pro-capite relativamente contenuta”. Di contro però, la progressiva diminuzione dei fondi accessibili alla ricerca scientifica e umanistica, l’ampio divario tra gli Atenei del Paese, l’insufficienza dei fondi per il diritto allo studio, la diminuzione del corpo docente e le difficoltà ad affermarsi della figura del ricercatore a tempo determinato, rappresentano criticità quasi croniche per il Sistema Universitario Italiano.

Nonostante ciò, il ritardo del Sistema Universitario italiano evidenziato nel Rapporto ANVUR 2013 è stato parzialmente colmato; numerosi però, sono gli sforzi ancora da attuare poiché “senza un aumento complessivo delle risorse investite nella formazione terziaria e nella ricerca e senza una maggiore diversificazione dell’offerta formativa appare difficile conseguire gli obiettivi della strategia EUROPA 2020 rischiando di rimanere lontano dagli altri Paesi Europei”.

Il cambiamento più rilevante rispetto al periodo preso in esame nel precedente Rapporto è dato “dalla ripresa delle immatricolazioni soprattutto nella fascia più giovane” anche se non vi è, nella distribuzione territoriale, una reale omogeneità del fenomeno. Si è registrato anche un netto miglioramento nei dati relativi alla regolarità degli studi sia per quanti terminano i percorsi universitari nei tempi previsti sia per quanto concerne la dinamica degli abbandoni precoci. Inoltre, anche dal Rapporto ANVUR 2016 emerge l’urgenza di misure capaci di determinare un innalzamento del livello d’istruzione degli studi per i cittadini stranieri.

In conclusione, l’istantanea scattata dal Rapporto ANVUR 2016 ritrae il nostro Sistema Universitario come una sorta di fenice: capace di risorgere dalle proprie ceneri e caratterizzato da una resiliente volontà di miglioramento ma non ancora capace di colmare completamente il divario con i restanti Paesi Europei.

In base alla vostra esperienza nel settore universitario, cosa ne pensate dei ritratti emersi dai due Rapporti ANVUR?

Francesca Magno

Open Access accademico: in quali ambiti si può applicare?

 

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Per Open Access si intende il libero accesso ai risultati della ricerca scientifica, nei più disparati ambiti, da quello medico, economico-giuridico, tecnico e umanistico. Settori che, nell’era del progresso digitale, non sono di certo svincolati l’uno dall’altro.

Come scrive Stevan Harnad in “Opening Access by Overcoming Zeno’s Paralysis”, la ricerca è un lento processo cumulativo e collettivo. Raramente si verificano delle scoperte che da sole conducono alla cura del cancro o all’abbassamento del riscaldamento globale.

La ricerca di base produce dati e applicazioni per continuare a sviluppare altra ricerca. Affinché ciò avvenga, i risultati degli studi devono essere accessibili e soprattutto riutilizzabili.

http://eprints.soton.ac.uk/262094/2/harnad-jacobsbook.pdf

Infatti, ciò che potrebbe sembrare irrilevante in certo ambito, se analizzato da una diversa prospettiva o con una tecnica differente, potrebbe rivelarsi una grande scoperta. Non a caso il Data e il Text meaning, l’analisi massiccia delle informazioni che, più o meno consapevolmente, diffondiamo ogni giorno in Rete, sono fondamentali per le moderne società; consentono di indagare i bisogni specifici delle comunità, comprendere meglio la natura umana, e sviluppare tecnologie mirate. http://www.cineca.it/sites/default/files/DataM.pdf

In questo senso la raccolta, l’elaborazione e la valutazione dei dati sono tra i fini anche delle Pubbliche amministrazioni. Sebbene l’Open Access nasca in ambito universitario, anche le PA investono tempo, personale e soldi, in ricerche e studi i cui risultati sono di interesse pubblico. Diffonderli, quindi, nel modo più ampio possibile, sarebbe auspicabile sia per una maggiore trasparenza, che per abbassare i costi della burocrazia.

Attualmente buona parte della documentazione della Pubbliche amministrazioni è online, ma manca un coordinamento fra i siti e fra le informazioni; insomma, se non conosci i termini esatti della tua ricerca, difficilmente riuscirai a raccapezzarti tra i documenti istituzionali. L’Open Access di fatto agevolerebbe l’interoperabilità e la rintracciabilità dei dati, soprattutto chiarirebbe quale uso è consentito farne. http://eprints.rclis.org/10902/1/open_access_e_pubblica_amministrazione_(roma_novembre_2007).pdf

Alcuni esempi di buone pratiche di Open Access sono rappresentati dall’archivio dell’Istituto Superiore di Sanità, con più di 2000 pubblicazioni, e dalla banca dati del CNR disponibile anche per realizzare il deposito legale a richiesta.

Concludiamo questo breve escursus tra gli ambiti di applicazione dell’Open Access accademico, soffermandoci sul settore che ne è forse il diretto prodotto, o per lo meno quello che ce ne mostra i vantaggi più concreti, l’e-Learning. La formazione telematica ha abbassato le barriere di accesso all’istruzione e grazie all’OA consente a chiunque, da qualsiasi parte del mondo provenga e di qualsiasi estrazione sociale, di accedere a pubblicazioni di altro profilo.

Molte università, istituzioni e fondazioni private pubblicano ora le loro ricerche tramite Open repository. Parliamo di eccellenze come Harvard, il MIT, l’University College di Londra, che ormai di prassi organizzano corsi online aperti, i cosiddetti MOOC, coprendo molte discipline, tra cui le scienze, le arti, l’economia. Una tendenza iniziata nei primi anni 2000 e che sembra destinata a continuare.

Secondo quanto riportato da Wikipedia, uno studio pubblicato nel 2010 ha mostrato che circa il 20% degli articoli dei ricercatori, sottoposti a revisione paritaria, possono essere ritrovati ad accesso aperto. Le scienze della terra rappresentano la quota più alta, con il 33% di OA. https://it.wikipedia.org/wiki/Open_access#Statistiche_di_adozione

È una buona notizia, visto che i ricercatori stimano che il Pil globale potrebbe crescere di circa 3 miliardi di dollari in più solo grazie agli Open data, soprattutto quelli prodotti in ambito accademico e scientifico.

@sonialombardo

Tutti ormai sanno (o credono di sapere) cosa significhi OA, la verità è…

  
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 “E’ da tempo che vado sostenendo (sia nei miei interventi pubblici, sia nelle lezioni che tengo) che piattaforme del tipo Academia.edu e Researchagate non sono Open Access, che le differenze ci sono e sono notevoli. Ma vedo che autori (numerosi docenti) che si dichiarano pro-OA depositano sistematicamente in questi network e disertano magari i loro archivi istituzionali.
Le ragioni ci sono e sono evidenti. In primis il carattere internazionale di tali piattaforme, la maggiore visibilità, la facilità d’uso nella condivisione, il potenziale impatto dovuto agli indicatori tipo Altmetrics… tutte funzionalità che mancano ai nostri archivi istituzionali, percepiti come luoghi “provinciali” e funzionali solo a questioni amministrative…
Relativamente ai problemi correlati al copyright, non è che in queste piattaforme non ci siano, ci sono anche in questi ambienti, se vi ricordate un paio di anni fa ci fu una guerra tra potenti proprio centrata sul copyright (ne ho parlato nel mio intervento a Messina nel novembre 2014). Ci fu un dibattito vivacissimo nelle comunità OA, scaturito proprio dal fatto che Elsevier aveva diffidato istituzioni accademiche e gestori di reti sociali e chiesto la rimozione delle versioni PDF finali editoriali non autorizzate di articoli scientifici, caricati nei siti web di università e nei repository di comunità sociali come Academia.edu.  L’azione suscitò un vero e proprio vespaio: da Twitter partì una campagna di denuncia che fece il giro del globo. Va ricordato che poco tempo prima Elsevier aveva comperato Mendeley, il social network concorrente a Academia.edu, di cui uno dei primi investitori fu il giornalista e politico oltre che ex Governatore della Banca d’Inghilterra Rupert Pennant-Rea, presidente del gruppo The Economist. Poco dopo The Economist ha pubblicato un articolo dall’eloquente titolo “Vietato sbirciare”, dove si denuncia il comportamento rigido e autoritario di Elsevier.
In altri termini si tratta di guerre tra potenti.
Per dire che i big stanno – ormai da tempo – percorrendo le vie dell’Open Access da una parte imboccando la via rossa (falso gold!) dall’altra usando piattaforme commerciali avversarie apparentemente con contenuti open (ma non OA) per rafforzare il loro establishment.
Il problema sta – IMHO – nel non aver compreso il vero significato dell’Open Access. Tutti ormai sanno (o credono di sapere) cosa significhi OA ma la verità è che non c’è stato in questi 20 anni un salto di qualità nell’evoluzione delle conoscenze dei processi e delle possibili strategie. In altri termini si è banalizzato il concetto di OA. Quindi gran parte della popolazione docente (autori) pur essendo pro- OA (e questo è un bene) ha però cognizioni superficiali. Una minoranza (pochi autori, ma molti bibliotecari e professionisti dell’informazione) ha idee chiare, ma spesso è visto come “talebano dell’OA” .
Insomma ci sono due layers di competenze e il business agisce fortemente nello strato superficiale, la massa.
Penso che ci vorrà tempo affinché il gap sia colmato. Penso anche che comunque queste manovre in cui i big entrano nell’OA proponendo modelli di OA surrogato se da una parte presentano dei rischi dall’altra comporteranno un riallineamento dei processi entro la catena della comunicazione scientifica, è inevitabile”.
Grazie a tutti
Antonella De Robbio

Antonella De Robbio
Coordinatore biblioteche del Polo Giuridico
CAB Centro di Ateneo per le Biblioteche
Universita’ degli Studi di Padova
Via Anghinoni, 3 – 35121 PADOVA (ITALY)

 

L’Università italiana nel rapporto ANVUR 2013: fotografia di un ritardo colmabile

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Ogni due anni, l’ANVUR, redige un rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca corredato da interessanti raffronti internazionali.

In attesa della presentazione del prossimo rapporto prevista per il 24 maggio 2016 alle ore 15.00 presso l’Auditorium Antonianum a Roma, vi proponiamo una fotografia di quanto emerge sul sistema universitario italiano.

Nel rapporto ANVUR 2013 vengono presi in esame molti dati interessanti arricchiti da numerosi grafici ma non potendo trattare in maniera esaustiva l’ampia materia oggetto del Rapporto ci limiteremo ad analizzare qualche dato e, per ogni approfondimento, vi rimandiamo a visionare il Rapporto completo.

Il primo capitolo, dedicato ai “Laureati in Italia nel confronto internazionale” e redatto dal CNVSU (Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario), evidenzia la criticità relativa alla realizzazione di confronti omogenei tra i sistemi universitari dei diversi Paesi europei a causa di informazioni non sempre paragonabili in maniera agevole.

Il profilo dell’Italia appare, fin da subito, in ritardo rispetto ai Paesi presi in esame collocandosi tra gli ultimi posti per quota di popolazione in possesso di un titolo di istruzione terziaria ed evidenziando un alto tasso di abbandono durante il percorso universitario. A questi primi due dati, si aggiunge un terzo: l’assenza del parametro ISCED 5b ovvero l’assenza di corsi a carattere professionale con, di contro, l’imperante presenza di “corsi a prevalente contenuto teorico”.

Dall’analisi realizzata nel Rapporto, il ritardo italiano è riconducibile anche a carenze presenti nell’istruzione secondaria e terziaria che non riesce a svolgere in maniera adeguata il proprio ruolo di orientamento ed inserimento dei giovani all’interno dei percorsi universitari. Quindi, il ritardo italiano è una naturale conseguenza del più generale ritardo dell’intero Paese “nell’innalzare il livello di istruzione nei gradi inferiori della scuola primaria e secondaria consentendo così, ad ampi strati della popolazione di accedere all’istruzione terziaria”. A ciò si aggiungono un bassissimo ingresso di studenti stranieri (in molti altri Paesi, l’entry rate è sostenuto proprio da un cospicuo afflusso di questi ultimi), un basso tasso di studenti di età matura che decidono di intraprendere un percorso universitario a cui corrisponde l’età media più bassa d’Europa degli immatricolati. Infine, alla complessa fotografia del nostro Paese va aggiunta l’alta percentuale di fenomeni di dispersione universitaria (abbandoni, inattività, ritardi negli studi, ecc.).

La strategia di Lisbona e la strategia Europea 2020 hanno fissato gli obiettivi e gli indicatori per la cooperazione europea nel settore dell’Istruzione e della formazione prevedendo sia azioni comunitarie che azioni programmatiche da parte delle singole politiche nazionali.

Con riferimento all’istruzione terziaria, per l’intera Unione Europea è stato definito l’obiettivo di innalzare la quota dei laureati nella popolazione compresa tra i 30 e i 34 anni al 40% entro il 2020” e l’Italia ha definito un obiettivo del 26% cioè una quota di circa 4 punti superiore a quella del 2012.

Il quadro che dipinge la situazione universitaria italiana è tutt’altro che soddisfacente ma, a onor del vero, va precisato che il Rapporto ANVUR evidenzia i molti progressi realizzati dal nostro Paese pur sottolineando che “anche qualora si riuscisse a raggiungere l’obiettivo fissato, l’Italia manterrebbe un ritardo notevole rispetto alla media europea”.

A questo punto, non ci resta che attendere il prossimo Rapporto ANVUR!

Curiosi di “vedere la prossima istantanea dal mondo universitario”?

Francesca Magno

#IOLEGGOPERCHE’

Students - Happy teenager with book

#ioleggoperché
Un’iniziativa nazionale di promozione della lettura organizzata dall’Associazione Italiana Editori, fondata sulla passione dei lettori di ogni età ed estrazione.
Dopo il successo del 2015, che ha visto la mobilitazione di migliaia di persone e la consegna di 240mila libri in tutta Italia, nel 2016 #ioleggoperché cambia veste per diventare una grande raccolta della durata di 9 giorni a sostegno delle biblioteche scolastiche, e un motore di nuove iniziative all’interno delle aziende e del mondo del lavoro.
Da sabato 22 a domenica 30 ottobre nelle librerie aderenti sarà possibile acquistare libri da donare alle scuole dei tre ordinamenti: primarie e secondarie di primo e secondo grado. Non solo. Gli editori raddoppieranno i libri acquistati dagli italiani, mettendo a disposizione degli istituti un numero pari di volumi. L’obiettivo comune è di popolare di migliaia di testi le biblioteche degli istituti scolastici che avranno aderito al progetto e ne avranno fatto richiesta.

 

#messaggeri

I Messaggeri di #ioleggoperché anche quest’anno sono il cuore pulsante dell’iniziativa.

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Lettori forti, studenti appassionati, insegnanti attivi, genitori e nonni sensibili, librai e bibliotecari motivati e tutte quelle persone che vogliono far parte di un grande progetto di ingaggio sociale e di promozione della lettura. Ognuno con la propria motivazione e la libertà di scegliere il grado di coinvolgimento, porteranno #ioleggoperché nelle librerie, nelle scuole, nelle aziende, sul web e ovunque sarà necessario supportare e incentivare la raccolta. Portavoce dell’iniziativa, promotori di eventi, i Messaggeri 2016 diffonderanno, con nuova energia, il loro straordinario e appassionante amore per i libri.

 

#ioleggoperché nelle aziende


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#ioleggoperché non è solo iniziativa culturale, ma anche economica, politica e civile, perchè la lettura è un fenomeno strettamente correlato con lo sviluppo economico e democratico di un paese. Grazie alla collaborazione con Confindustria-Gruppo tematico Cultura, nel 2016 gli imprenditori sono invitati ad aderire al progetto, dotando la propria azienda di una biblioteca e di un patrimonio librario.

Le nuove biblioteche aziendali offriranno una scelta varia, in grado di rispondere alle esigenze di tutti e non saranno semplicemente delle raccolte di manuali e testi professionali. Sposeranno pienamente lo spirito dell’iniziativa: la passione per i libri e la lettura di ogni genere.

fonte: aie

www.ioleggoperche.it

 

EduOpen, l’Università gratuita e aperta per tutti


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Chi non ha mai sognato un’Università online gratuita e aperta a tutti? Chi non ha mai desiderato di seguire dei corsi universitari (anche) in italiano tenuti da docenti qualificati? Chi non ha mai sperato di ottenere la certificazione delle competenze e dei crediti universitari interscambiabili tra i vari Atenei? Sembra fantascienza ma… Oggi, con EduOpen, si può!

EduOpen è la prima piattaforma italiana online di corsi universitari totalmente gratuiti e aperti a tutti (Mooc). Il progetto, finanziato dal Ministero dell’Istruzione con 100 mila euro, conta un network di 14 Atenei pubblici, 68 corsi in catalogo (di cui 9 già attivi) tutti distribuiti in creative commons. Prevede inoltre, la certificazione delle competenze e dei crediti universitari sottoforma di “badge”.

In precedenza, l’Università Federico II di Napoli con la sua piattaforma di e-learning Federica.eu, è stata capofila del progetto europeo Emma (acronimo di European Multiple Mooc Aggregator) ma, in Italia, non esisteva ancora una piattaforma capace di essere un’opportunità didattica innovativa accessibile e rivolta a tutti, dai giovani ai pensionati, dai professionisti agli insegnanti”. 

La totale gratuità dei corsi ed accessibilità delle lezioni fruibili direttamente in rete fanno di EduOpen l’apripista verso un nuovo modo di vivere l’Università italiana che è sinonimo di rivoluzione ed innovazione senza precedenti.

E’ una vera e propria pietra miliare nella Storia Accademica Italiana perché consente agli utenti iscritti (sono già oltre 4 milioni!) di costruirsi percorsi autonomi e piani personalizzati di apprendimento usufruendo anche, all’occorrenza, della possibilità di seguire più corsi contemporaneamente. La scelta è veramente ampia, ne citiamo alcuni: dal corso tenuto dall’Università del vino di Borgogna, al corso “Imaparare ad imparare: i DSA nella scuola delle competenze” passando per corsi dedicati alla tecnologia e all’Antropologia della Salute.

La parola d’ordine è accessibilità della cultura accademica su larga scala che non va, però, a sostituirsi alla valenza dei corsi universitari in loco ma ne diventa valore aggiunto in un’epoca in continua evoluzione. Il digitale, anche in questo ambito, è l’elemento-ponte tra due mondi solo apparentemente inconciliabili: mette in relazione la secolare tradizione universitaria italiana con le potenzialità del web.

Diciamocelo con franchezza, con EduOpen andare all’Università non è mai stato così semplice! A questo punto non resta che collegarsi alla piattaforma e diventare attori-protagonisti della propria formazione.

Pronti per l’iscrizione?

Francesca Magno

Progetto Gente di Mare: 3 motivi per partecipare


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Gente di Mare, progetto editoriale itinerante, ideato dal gruppo di lavoro autonomo, autogestito e autofinanziato denominato “Donne di mare“, che si avvale della collaborazione dell’associazione culturale “Incroci” composto da Viviana Costantini, Ilaria Paluzzi e Paola Paluzzi.

Offre l’opportunità di navigare sulle creative acque dell’innovazione e della tradizione anche attraverso l’omonimo concorso letterario.

Perché partecipare? E’ presto detto!

  1. Particolarità dell’origine: il progetto culturale è d’ispirazione francese ma, sin da subito, si è scontrato con le specifiche difficoltà finanziarie e territoriali tipiche del nostro Bel Paese. Purtroppo, fare cultura e vivere con la cultura in Italia, non è tra le cose più semplici da realizzare perché, spesso, ci si scontra con una “macchina burocratica” non sempre efficiente, con orizzonti mentali ristretti e con la frequente carenza di fondi. Nonostante ciò, le donne di mare ideatrici del progetto, non si sono arrese ed hanno dato vita ad una forma “altra” dell’idea originaria. Gente di Mare si configura sia come una sana sfida agli odierni limiti che affliggono il settore culturale italiano e sia come un positivo esempio di tenacia nel perseguire un obiettivo.
  1. Particolarità della mission: il concorso letterario si propone di privilegiare gli autori che, nei loro racconti inediti sul mare, sapranno dare vita a personaggi umorali e concreti. L’obiettivo perciò, è quello di creare un denso legame tra la parola scritta ed il territorio locale con le sue tipiche manifestazioni (eventi culturali, enogastronomici e folcloristici) valorizzandone la relazione tra le bellezze paesaggistiche, le radici culturali e la creatività.
  1. Particolarità della vision: il progetto Gente di Mare, autogestito ed autofinanziato, è espressione di quella capacità visionaria ed immaginifica che, con lungimiranza, riesce ad eludere gli ostacoli del presente trasformandoli in opportunità e in trampolini di lancio per il futuro.

Il progetto Gente di Mare è un’occasione da non perdere. Cosa aspettate a partecipare?

Francesca Magno

Digital News Initiative: Google finanzia la rivoluzione


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La Digital News Initiative, collaborazione tra Google ed alcuni editori europei per sostenere il giornalismo di alta qualità e favorire un ecosistema di notizie più sostenibile attraverso l’innovazione e la tecnologia, è di per sé una rivoluzione. Altrettanto rivoluzionaria è stata l’istituzione del Fondo per il giornalismo digitale che, con i suoi ben 150 milioni di euro a fondo perduto, finanzierà progetti innovativi nel settore giornalistico ed editoriale.

La portata della notizia è tale da essersi guadagnata un posto in prima fila durante il Festival Internazionale del Giornalismo appena conclusosi a Perugia durante il quale è stato realizzato un incontro dedicato proprio a questo argomento.

La curva del cambiamento è sempre più rapida: innovazione, tecnologia, creatività, originalità, capacità di immaginare e progettare il futuro sono elementi che hanno acquisito un valore enorme nel nostro presente e, tale valore, viene implementato in maniera esponenziale nel momento in cui Google, con le sue strategie di partenariato, diventa promotore ed effettivo finanziatore di un processo rivoluzionario il cui obiettivo è supportare la concretizzazione di nuovi modi di approcciarsi al giornalismo digitale.

La Digital News Initiative è una rivoluzione nella rivoluzione: con l’istituzione dei Google News Lab a sostegno della formazione e ricerca al fine di sviluppare risorse per giornalisti e redazioni di tutta Europa, si aprono nuovi scenari collaborativi che abbattono ogni barriera fisica o geografica.

Ciò che ieri sembrava impossibile, oggi è già il passato: the revolution is now.

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